La Bella e la Bestia - la recensione della versione della fiaba con Léa Seydoux

14 febbraio 2014
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Una grande produzione piena di effetti digitali di Christophe Gans.

La Bella e la Bestia - la recensione della versione della fiaba con Léa Seydoux

Una fiaba è per sempre. Almeno la si può adattare nel tempo per servire a un pubblico sempre nuovo una storia che ha dimostrato la sua efficacia. Il rischio è arrivare alla declinazione cinematografica dei format televisivi, quella più ottimista è che si possa imparare dal teatro e si continui a proporre nuovi adattamenti. Sia quel che sia, per vedere La Bella e la Bestia secondo Christophe Gans bisogna superare l’interrogativo che può sorgere: si sentiva realmente la necessità del ritorno di una storia riproposta non da molti anni dalla Disney, prima al cinema e ora in versione musical?

Il valore della storia, nella sua versione originale, è il suo essere una delle fiabe più cupe, che pone la sua protagonista alle prese con la purezza dell’amore, ma anche con la paura e il superamento delle apparenze per arrivare dritta al cuore. Gans ama giocare con il genere, è un creatore visivo che utilizza budget importanti per il cinema europeo. Il patto dei lupi è stato un passaggio importante nel consolidamento di un’industria di genere in Francia, e il suo Silent Hill è un adattamento che non ha forse ottenuto l’attenzione che meritava.

All’inizio dell’800 un mercante perde tutta la sua cospicua fortuna in seguito all’affondamento delle tre navi che ne sostenevano l’attività commerciale. Un tracollo che lo costringe a vendere il ricco palazzo in città, trasferendosi in una modesta casa di campagna insieme ai tre figli maschi e alle tre figlie. I suoi pargoli, però, per lui non sono tutti uguali: la sua preferita è la più giovane, la splendida Bella, sempre di buon umore. Una sera tornando a casa incontra una creatura ai confini di un regno magico che lo condanna a morte per il furto di una rosa. Ma Bella si sacrifica al suo posto e si offre alla Bestia andando a dimorare nel suo decadente castello.

La Bella è la Bestia è un adattamento che si smarca dal riferimento cinematografico più illustre in live action, la versione di Jean Cocteau del 1946, non solo per l’ovvia abbondanza di effetti speciali, ma anche per il tentativo di riprendere la versione originale del testo di Madame de Villeneuve, che deve molto alla mitologia greco romana, tanto che il film di Gans sembra più vicino alla nuova ondata hollywoodiana del genere come Il cacciatore di giganti.

Visivamente ardito, con colori slavati e una fotografia poco vivace alternata all’esplosione cromatica dei vestiti indossati da Bella, è vittima della sua grandiosità digitale, risultando algido e incapace di rendere fino in fondo la trasformazione, tutta interiore, della protagonista. Quella esplosione dell’amore vero, che è la conquista e il motore stesso della fiaba. Non si vede molto il viso della Bestia Vincent Cassel, mentre l’estetica da spot di un profumo francese di Gans mette continuamente in risalta le labbra carnose, gli occhi chiari e il generoso décolleté della sempre affascinante Léa Seydoux.


 



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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