Là-bas, la recensione del film di Guido Lombardi

09 marzo 2012

Ambientato a Castel Volturno il film segue Yssouf, un ragazzo di colore che arriva e vende fazzoletti solo per un giorno, perché, incontrato lo zio vestito da boss e poco incline ai cerimoniali, lascerà la Maison di chi si arrangia, per entrare nel giro dei trafficanti che fanno i soldi



E' un "virus" quello dell'immigrazione, dicono alcuni ragazzi africani che vivono a Castel Volturno (mentre altri non immigrati, un po' ovunque, lo pensano). Ciò che causa alterazioni, mancanza di spazio e opportunità, spesso paura, è un terreno scivoloso, calpestato in vari modi, con vari regist(r)i: con la giusta distanza, l'ironia, il realismo, l'urgenza. A volte con il puro sentimento di chi è dentro un mondo a parte.
Là-bas
, opera prima di Guido Lombardi, dove lo mettiamo? Tra i racconti veri grazie alla finzione, tra le storie che capitano in un posto preciso, a persone precise, che sono sottotitolate non per via del dialetto napoletano ma perché i suoi protagonisti parlano francese.
Il film riferisce e conferma, senza essere un documentario, la scelta di uomini che arrivano "laggiù" in Europa e vedono poche alternative allo sfruttamento. Forse una sola.

In questa storia di veri attori non professionisti (tranne
Esther Elisha) la realtà ha superato subito l'immaginazione, e il fatto di sangue che era in sceneggiatura ha preso i contorni di quello realmente accaduto nel settembre 2008, lì, a 30 km da Napoli, a sei ragazzi di colore uccisi in una sartoria da un commando di camorristi con le pettorine da poliziotti. Un messaggio sanguinario per chiarire chi comandava in quella zona.
Ambientato nell' "africana" Castel Volturno il film segue Yssouf (Kader Alassane), un ragazzo di colore che arriva e vende fazzoletti solo per un giorno, perché, incontrato lo zio vestito da boss e poco incline ai cerimoniali, lascerà la Maison di chi si arrangia, per entrare nel giro dei trafficanti che fanno i soldi.
Così il quaderno su cui Yssouf disegna le sue statue, sognando di fare l'artigiano, diventa il nostalgico sfogo di cosa non accadrà e la delusione di non aver capito che succedeva "laggiù".

Il sottotitolo recita "educazione criminale", quasi a semplificare un altrove (non l’unico) abitato da tanti stranieri che afferrano l'illegalità, come altra forma di sfruttamento. Un altrove che di semplice non ha niente, dove la sopravvivenza è anche convivenza tra bianchi e neri nella spartizione degli affari (sporchi).

Schematico forse, ma non appiattito, il risultato (con mezzi misurati) è una linearità narrativa rubata alla strada, priva di inutili spiegazioni, le stesse che smette di chiedere quasi subito Yssouf allo zio, non abituandosi all’idea di essere un criminale, ma trovandocisi in mezzo. Guido Lombardi filma una comunità africana in una città italiana, con i viali pieni di palme, l'architettura confusa e l'assenza di lavoro, un gruppo che gli sta a cuore in un romanzo che può essere cronaca. In Là-bas l'accettazione, che fa rima con immigrazione, non è quella solidale ma quella che testimonia, a loro, la possibile triste realtà.

Questo tema, tanto sentito, e non abbastanza sentito, si impone irrisolto e feroce, rischiarandoci ancora sulle tante opportunità cercate e mancate. E allora, visto che questo "laggiù" è comunque vicino Napoli, da profana l'augurio potrebbe essere di trovare presto non dico o' souvenir, ma nemmeno Gomorra.



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