L'ultima ruota del carro - la recensione del film di Giovanni Veronesi

08 novembre 2013
2.5 di 5
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Elio Germano protagonista della storia vera di un uomo normale

L'ultima ruota del carro - la recensione del film di Giovanni Veronesi

L’elogio dell’uomo comune, cercando di evitare troppi luoghi comuni. Potrebbe essere questo il sottotitolo del nuovo film di Giovanni Veronesi, che si è fatto conquistare dalla storia di una persona che conosce da anni, autista suo e di altre persone del cinema come Carlo Verdone. Si chiama Ernesto Fioretti, una persona con cui ha condiviso molta quotidianità, ma che ha scoperto avere una vita piena da raccontare, dietro la sua incontenibile vivacità. Una vita, per l’appunto, normale, comune.

Veronesi negli ultimi anni ha intrapreso un percorso di allontanamento, in alcuni casi involutivo, dalla commedia più tradizionale a quella sentimentale, con alcune scivolate come gli ultimi due capitoli di Manuale d’amore, in cui si finiva per banalizzare il sentimento all'interno di una cornice patinata. Nel tentativo lungo una carriera di riproporre la commedia all’italiana, qui la storia di partenza, il personaggio di Ernesto (Elio Germano), danno una marcia in più rispetto ad altre situazioni. Una specie di ultimo giapponese che non si arrende a un mondo che cambia, tra gli ultimi “proletari” che vivono nel centro storico di Roma, a Borgo Pio. Intorno a lui il mondo cambia, ma lui continua a vivere la sua vita secondo valori come buon senso e onestà. Come ogni commedia che si rispetti la spalla comica ha un ruolo decisivo, qui incarnata da Ricky Memphis, sempre pronto ad anticipare dove soffia il vento, pragmatico del cambiamento, tanto quanto Ernesto rimane sempre uguale a se stesso.

In questo i due protagonisti rappresentano le due facce, i vizi e le virtù dell’italiano: da una parte quella furba, opportunista, sempre in cerca della scorciatoia per ottenere le cose, rigorosamente senza fatica, e dall’altra la semplicità di chi trova nel lavoro e nella famiglia, al massimo nella Roma, il modo per essere felice, riuscendo magari a essere molto più politico di quanto creda.

Il problema dell’affresco di Veronesi rimane però la scarsa efficacia quando allarga lo sguardo oltre le dinamiche di vita quotidiana, spesso divertenti, dei suoi personaggi. Quando intravediamo la Storia, questa viene banalizzata in goffi bozzetti, rumore di fondo domestico che i coniugi ascoltano a letto, bofonchiando qualche banale commento. La carica dirompente di un ostinato Candide della normalità alle prese con le storture della società italiana poteva dare vita a un’analisi meno superficiale, ma L’ultima ruota del carro, in fondo, si bea ostinatamente proprio di rappresentare un’italianità un po' superficiale. Rimane il ritorno di Veronesi a una commedia che sa far ridere, con degli attori in gran forma.




  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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