L'ufficiale e la spia: la recensione del film di Roman Polanski in concorso al Festival di Venezia 2019

30 agosto 2019
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Polanski racconta l'affaire Dreyfus con una lingua cinematografica pulita e precisa, parlando di sé e del mondo che ci circonda.

L'ufficiale e la spia: la recensione del film di Roman Polanski in concorso al Festival di Venezia 2019

Imperturbabile di fronte all’onda di ritorno delle polemiche che lo vedono sul banco degli accusati, Roman Polanski continua nel processo di distillazione del suo cinema, la cui lingua diventa sempre più chiara, scorrevole, pura. Chiunque abbia anche solo un’infarinatura di quello che è stato l’affaire Dreyfus ne può intuire la complessità in termini di voci, intrecci, rimandi, e personaggi coinvolti: eppure, nelle mani del regista, questa storia viene dispiegata con una chiarezza esemplare, e con la capacità di fare di una vicenda nota quasi universalmente un thriller capace di catturare la tua attenzione e di non mollarla più fino alla fine.
Il paradosso dell'affaire Dreyfus, allora, il fatto che si trattasse di un caso tanto ovvio nella sua realtà oggettiva quanto complicato dal pregiudizio e dalla macchinazione, diventa il paradosso del film che lo racconta, di questo L'ufficiale e la spia, capace di essere ricchissimo nel contenuto ed essenziale nella sua esposizione.

Polanski parte con una scena visivamente imponente e pulitissima: la degradazione, la pubblica umiliazione di Dreyfus nell'Esplanade des Invalides. La zampata di un regista che da subito vuole ricordare allo spettatore la sua capacità di creare immagini cinematograficamente potenti, e senza fronzoli inutili.
E parte subito mettendo bene in chiaro come l'elemento dell'antisemitismo sia stato fondamentale per la nascita e la gestione del caso Dreyfus, e come sia centrale - sebbene non in maniera assoluta - in questo suo nuovo film.
Da lì in avanti, la progressione è dolce ma praticamente inarrestabile. L'accumularsi dei personaggi (volti straordinari e grandi attori) e il complicarsi dell'intreccio non sono mai un impaccio per un racconto che fila dritto come un fuso, e vanno di pari passo con la capacità di Polanski di alternare con astuzia alcuni registri narrativi dando sempre l'impressione di una perfetta coerenza.

Polanski s'identifica con Dreyfus, ovvio. Con l'ebreo perseguitato, con la vittima del pregiudizio, con l'accusato che non si piega e tiene al suo onore prima di ogni cosa. S'identifica però, allo stesso tempo, anche con l'uomo che sarà l'artefice della sua ribilitazione, con il Picquart interpretato da Jean Dujardin che è il vero protagonista di L'ufficiale e la spia. Con l'uomo che non ha paura di lottare fino alla fine nel nome della verità, e che se ha commesso un errore, in passato, è in grado di farsi carico della responsabilità senza per questo farsene schiacciare e smettere di perseguire i suoi obiettivi.
Parliamo però di un uomo troppo intelligente per ridurre a sé - o al suo cinema - il suo film. Certo, Polanski s'identifica. Certo, parla delle cose di cui ha sempre parlato: della verità, del complotto, della paranoia, della cospirazione, della lotta dell'individuo contro una massa o un sistema che lo vogliono annullare e imprigionare.
Ma L'ufficiale e la spia non si esaurisce nel suo regista e nelle sue ossessioni: è anzi un film capace di parlare allo spettatore e al suo (nostro) presente; di ricostruire alla perfezione la Parigi e la Francia della Belle Époque e di porle in relazione diretta, quasi di farla combaciare, con l'Europa e col mondo di questo nostro XXI secolo.

Per Polanski, l'affaire Dreyfus è l'origine di tutte le cacce alle streghe e dei maccartismi e dei fascismi vecchi e nuovi della modernità. Nell'accusa ingiusta e infamante, portata avanti per pregiudizio e interesse (e per un sovranismo antelitteram, espressamente citato), nella compattezza complice e corriva di un sistema di potere, nelle masse aizzate e bramose di sangue vede tutte le contraddizioni che viviamo nell'epoca dei social network e dei nuovi integralismi.
Lui, come Zola, non può e non vuole tacere. Il suo ruolo di intellettuale, e di essere umano, gli impone una riflessione. Un atto di accusa, anche: meno veemente e incendiario di quello che lo scrittore francese ("l'italiano", come lo definiva la folla sprezzante che bruciava i suoi libri nelle strade, come farà qualcun altro di lì a una quarantina d'anni in Germania) aveva pubblicato su L'Aurore, ma di certo non meno efficace e non meno elegante.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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