L'ombra delle spie: la recensione

21 ottobre 2020
3 di 5

Benedict Cumberbatch produce e interpreta un film di spionaggio classico ma dai risvolti drammatici, ispirato a una storia vera avvenuta negli anni della Guerra Fredda. Presentato nella Selezione Ufficiale della Festa del Cinema di Roma.

L'ombra delle spie: la recensione

Per due terzi, L’ombra delle spie è un film di spionaggio di quelli, ambientati negl anni della Guerra Fredda di stampo piacevolmente tradizionale: c’è il russo che vuole passare segreti militari agli americani (ma lo fa passando dagli inglesi), e c’è l’inglese che col mondo delle spie non ha nulla a che fare che viene scelto per diventare il suo contatto.
Nella sua parte finale, assume invece risvolti decisamente più drammatici e cronachistici, trasformandosi in una versione riveduta e corretta di Fuga di mezzanotte.
Non è però un capriccio dello sceneggiatore Tom O’Connor, ma un twist dettato dalle esigenze della storia: quella vera, quella con la “s” maiuscola, quella che ha visto coinvolti Oleg Penkovsky (passato alla storia come la fonte numero uno di informazioni classificate ai servizi segreti occidentali) e Greville Wynne, raccontata da un film che vorrebbe rivendicarne il ruolo, oscuro ma fondamentale, nella risoluzione della Crisi dei Missili di Cuba.

Il racconto dell’innesto di una figura civile nel mondo dello spionaggio - e proprio negli anni della Guerra Fredda, che oggi sembrano essere stati ere geologiche fa, l’aveva già fatto Steven Spielberg con Il ponte delle spie.
Dire che Dominic Cooke, regista dell’Ombra delle spie (titolo italiano non casuale messo al posto dell’originale The Courier) non è Spielberg è pleonastico. Così come sottolineare come la scrittura di O’Connor non è quella dei fratelli Coen, ma nemmeno quella di Matt Charman. E di tanto in tanto il tono sembra ricalcare quello dei colori spenti e opachi della fotografia.
Ma al film di Cooke, oltre alla forza della storia vera, va anche riconosciuta un’onesta solidità fatta di mestiere in tutti i reparti, classicità di messa in scena e ambizioni moderate, solo un po’ gravate da qualche spunto e qualche sottolineatura che eccedono in retorica.

Più che di un regista o di uno sceneggiatore, però, L’ombra delle spie è un film di Benedict Cumberbatch, non solo protagonista nei panni di Wynne ma anche produttore, e vero centro narrativo di tutto il racconto. Anche troppo, forse. Tanto più che sorge il sospetto che tutta la parte del film relativa alla prigionia di Wynne - finito in carcere a Mosca per testarda voglia di aiutare quello che era diventato un amico oltre che un contatto - sia stata inserita, e abbia così tanta importanza, proprio per volere dell’attore, di modo tale da poter mettere in scena quel dimagrimento fisico che oggigiorno vale come patente recitativa e viatico per i premi più importanti.

Alla fine, quel che rimane di più del film di Cumberbatch e Cooke, è una battuta affidata a Oleg Penkovsky, il russo che tradisce a dispetto di una vita di fedeltà alla Rivoluzione e alla patria interpretato dal georgiano Merab Ninidze: quando gli ufficiali di MI6 e CIA gli chiedono il perché della sua decisione di diventare una talpa, Penkovsky risponde di essere spaventato da Nikita Krusciov, in quegli anni leader dell’URSS, che giudica “instabile e impulsivo”, e “non adatto a essere a capo di un arsenale nucleare”.
Ogni riferimento a Donald Trump non appare assolutamente casuale, a partire dall’uso degli aggettivi.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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