L'Isola dei Cani Recensione

Titolo originale: Isle of Dogs

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L'isola dei cani: la recensione del nuovo film di Wes Anderson, realizzato in stop motion

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L'isola dei cani: la recensione del nuovo film di Wes Anderson, realizzato in stop motion

Volendo un po’ semplificare le cose, il cinema di Wes Anderson si è sempre mosso lungo due coordinate precise che ne hanno reso lo stile immediatamente riconoscibile: l’asse orizzontale e quello verticale. All’interno di questa precisa geometria formale, si muovevano personaggi che, a maggior ragione, risaltavano in quanto sghembi, obliqui, idiosincratici (lo cantavano anche I Cani nella canzone che per titolo ha appunto il nome del regista americano: e chissà se lo sa, Anderson, che ha diretto ora L’isola dei cani).
Ovvio, poi, che l’animazione in stop motion, già utilizzata in Fantastic Mr. Fox, è una tecnica che sembra fatta apposta per far risaltare ancora di più queste caratteristiche, ma non eravamo forse preparati a vedere, in questo suo nuovo film del regista, un lavoro sulla forma che non ha precedenti nel resto della sua filmografia.
Perché, se L’isola dei cani continua a giocare col verticale e l’orizzontale, a questi assi aggiunge in maniera inedita una stratificazione multipla che dona al film una terza dimensione (che poi spesso è anche la dimensione del tempo, con salti in avanti e all’indietro), facendolo assomigliare a una specie di cubo di Rubick cinematografico, dove ogni scatto e ogni rotazione formano sulla faccia dello schermo una combinazione inedita e sorprendente.
Se a questo aggiungiamo anche che ai suoi consueti ed eterogenei riferimenti, il regista ha sommato quelli che vengono dall’arte, dai cartoni e dal cinema giapponese, e che tra i livelli vanno anche contati quelli linguistici, con i cani che parlano in inglese e gli umani tutti, o quasi, in giapponese, e che Anderson ha trovato sempre nella forma del racconto la chiave per tradurre anche loro nella sua lingua madre, si può avere un’idea di quanto sia sorprendente e innovativo questo suo nuovo film.

E poi, però, c’è anche il resto. C’è una storia che segue la struttura lineare della fiaba, ma che si fa stratificata e tridimensionale anche lei, e quindi a suo modo labirintica e sorprendente. Che solo in apparenza sembra voler vagamente normalizzare, addestrare i personaggi andersoniani, che magari sono più squadrati del solito, ma che ricevono il calore di una grandissima umanità - e questa parola, in una storia dominata dai cani, non è qui messa casualmente - grazie all’impercettibile attrito causato dalla costante rotazione di questo film-cubo.
Ci sono i cani quindi, più umani degli umani, e ci sono gli umani che sono buoni o cattivi (positivi o negativi, giapponesi o americani, verticali e orizzontali), e ci sono i loro cambiamenti, sempre dettati dall’acquisizione di nuove consapevolezze di nuove informazioni. C’è il peso della storia, e ci sono le spinte al cambiamento, e la testarda determinazione di chi vuole portarlo avanti, questo cambiamento.
Anche se è solo un ragazzino di 12 anni che si chiama Atari Kobayashi e che cerca di ritrovare il suo cane su un isola fatta di rifiuti e ruderi industriali, dove è stato esiliato come tutti i suoi simili dal malvagio zio di Atari, sindaco di Megasaki, che ha ordito un complotto per liberare la città dalla razza animale che, da secoli, la sua famiglia vede come il più acerrimo nemico.
Inutile stare a leggere troppe metafore o troppi significati simbolici, in questo nuovo film di Wes Anderson, uno che non ha mai avuto un’agenda politica o sociale e che preferisce invece parlare di questioni più intime e immediate. Un Anderson che qui esce dal nucleo familiare in senso stretto, che per la prima volta non parla di padri e di figli (reali o putativi che siano), ma che parla di amore e tolleranza in senso allargato, ponendo - letteralmente - una domanda chiave per i tempi che stiamo vivendo: chi siamo? E cosa vogliamo essere?
Allora forse il discorso di uomini e cani è anche un discorso di uomo e Natura, chi lo sa: fatto sta che la questione al centro del film riguarda tutta il cuore, gli affetti, e l’etica. L’etica perversa di chi agisce per schemi e macchinazioni, a detrimento di qualcuno, e quella nobile di chi invece vuole la chiarezza, l’onestà, la tolleranza e l’armoniosa convivenza tra tutti.

È una favola, quella di L’isola dei cani, e come tale va trattata. Una favola che alla sua apparente semplicità associa sfumature complesse e profonde, e che Anderson si è divertito un mondo a raccontare, tanto da condirla abbondantemente con un umorismo che non è mai gratuito o ovvio, che gioca coi dettagli, le espressioni, il controtempo e le estrose bizzarrie cui il regista ci ha abituato da tempo.
Si è divertito lui, mi sono divertito io, e vi divertirete anche voi, di fronte a questo cubo di Rubick cangiante e multiforme, che è tanto bello da vedere quando affascinante da scoprire e decifrare.

L'Isola dei Cani
Il trailer italiano del film - HD
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