L'intrepido - la recensione del film di Gianni Amelio

04 settembre 2013
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Un generoso samaritano nella Milano di oggi

L'intrepido - la recensione del film di Gianni Amelio

Il punto di partenza del nuovo film di Gianni Amelio è la sua volontà, espressa da anni, di lavorare con Antonio Albanese: un attore da lui molto stimato e considerato spesso non utilizzato al massimo delle sue potenzialità. Un intento che lo ha spinto a scrivere una sceneggiatura costruita totalmente su di lui, proponendo un personaggio fra Candide e Charlot, generoso, buono e pronto ad aiutare gli altri, non prima di averli interrogati sul loro livello di felicità.

Una maschera, in realtà malinconica, che si muove in una Milano spaesata che vuol rappresentare i nostri tempi, dove la crisi economica e occupazionale ha fatto superare il concetto di lavoratore precario arrivando al “rimpiazzo”: colui il quale sostituisce a ore i lavoratori. Così come in Giorni e nuvole il personaggio interpretato da Albanese ha perso il lavoro, e la vergogna gli impedisce di dirlo al figlio e all’ex moglie; di chiedere lui, per una volta, aiuto agli altri.

Antonio Pane, questo il suo nome, vive nel rispetto assoluto dell’etica del lavoro. Convive con una vita solitaria vincendo la sua tristezza e cercando di rendere migliore la vita altrui. Lavoratore manuale cresciuto nel rispetto sacro per chi invece ha talento artistico (“tenere in mano un libro è sempre speciale”), sembra rappresentare il lavoratore ideale intorno a cui la nostra costituzione ha costruito il suo articolo 1, fondando la Repubblica sul lavoro.

Proprio lui che un lavoro vero non ce l’ha e che si spinge all’autolesionistica accettazione rassegnata di qualche pagamento saltuario. Amelio sceglie Albanese per affrontare un tema delicato e che richiedeva la precisione delle sfumature, più che lo schematismo di un estremismo della ricerca della felicità che risulta forzato e finisce per svilire la serietà delle situazioni raccontate. 

L’intrepido si perde in una sceneggiatura con luoghi comuni e massime di questo tipo: “è un privilegio guadagnarsi il pane con un mestiere che ti piace” o “la fame è una brutta cosa, l’appetito invece aiuta”. Particolarmente stonato è il ritratto dei più giovani: bozzetti in bilico fra la depressione e la sensibilità artistica. Amelio vuole raccontare il ring dell’Italia di oggi, ma sembra più che altro perdersi nei ricordi di un paese lontano, forse mai esistito se non sulle pagine de "L’intrepido". Le premesse definite “fumettistiche”, lasciano presto spazio, quasi come si innestasse un automatismo, a un ritorno al realismo di routine che non riesce a svilupparsi in una storia compiuta né a sfruttare a pieno la “morbidezza” espressiva di Albanese.





  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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