L'Immortale: la recensione del film su Ciro di Marzio di Gomorra

03 dicembre 2019
3.5 di 5
7

Un'audace scommessa vinta, per un film che fa da ponte tra l'ultima e la prossima stagione della serie, è un racconto parallelo ed autonomo e una bella origin story.

L'Immortale: la recensione del film su Ciro di Marzio di Gomorra

Chi ama il cinema, il teatro e la letteratura, sa che i personaggi che restano maggiormente impressi nell'immaginario sono i cattivi, i grandi malvagi. Shakespeare è stato maestro nel raccontarceli e siamo pressoché sicuri che ai suoi tempi nessuno parlasse del rischio di emulazione insito nei suoi drammi. Lui che ci ha dato villain mossi da sentimenti meschini come Jago, e spinti dall'ambizione come i coniugi Macbeth, divorati dal rimorso o distrutti dalle loro stesse azioni, capirebbe la passione che un attore può provare per un personaggio del genere, tanto da desiderare di riportarlo in vita. È questa ossessione che ha spinto Marco D'Amore a farlo, con un film che ha co-sceneggiato, dirige e in cui approfondisce l'anima nera di una maschera tragica, inscindibile dalla sua intensa interpretazione.

In Gomorra – La serie, del resto, abbiamo assistito all'educazione criminale di Genny Savastano, al suo passaggio da uno stato di (quasi) innocenza bambinesca a quello di spietato criminale, mentre di Ciro di Marzio, feroce braccio destro del boss, pronto a tradire ma legato a lui dall'affetto fraterno che solo chi vive nello stesso inferno può provare, uxoricida e responsabile della morte della propria figlia, non sapevamo quasi niente. C'era però quel soprannome, Immortale, che lasciava presagire un destino che è ineludibile condanna. Proprio da lì sono partiti protagonista e autori per smentire quello che fino ad oggi avevamo creduto e confezionare un prodotto anomalo, frutto di una scommessa azzardata e inedita per il nostro mondo cross mediale: un film, una narrazione parallela a quanto accaduto nella quarta stagione della serie, un prequel della quinta e una origin story che ci riporta all'infanzia di Ciro, nella Napoli degli anni Ottanta.

Non era facile far coesistere tutti questi piani senza far prevalere l'uno o l'altro, ma l'equilibrio nasce in fase di scrittura e, accettata l'illogicità della premessa (e perché non dovremmo? Succedono cose ben più assurde al mondo), ci immergiamo in una storia dedicata al maggior antagonista della serie, esiliato ai margini del mondo occidentale, proprio dove prosperano le nuove mafie. A dargli man forte nelle sue nuove imprese criminali è un gruppo di napoletani, che sopravvivono con l'attività di magliari e contraffattori di grandi firme e che - quasi all'unanimità - sono ben felici di mettersi alle dipendenze del boss, nonostante i rischi della nuova impresa, accentuati dalla rivalità tra la spietata mafia russa, che mantiene il controllo nelle aree dell'ex Unione Sovietica, e quella lettone (siamo a Riga), in cerca di una rivalsa criminale e patriottica insieme sui nemici di sempre. Qua siamo in territorio conosciuto: nonostante le location e il sole a mezzanotte, lo squallore delle abitazioni e delle vite quotidiane degli artigiani della droga, sappiamo cosa aspettarci. Ma è proprio lì che Ciro ritrova Bruno, una figura fondamentale del suo passato, e che il film ci riporta, attraverso una serie di flashback, dove tutto è cominciato.

È una Napoli che ben ricorda chi ci ha vissuto o l'ha frequentata in quegli anni post terremoto. Bellissima, vitale e frustrante come una donna regredita all'infanzia, in quello che sembra quasi un nuovo dopoguerra, con gli scugnizzi che vivono per strada e si guadagnano da vivere compiendo furtarelli per conto di qualche aspirante guappo, come avviene a Ciro, rimasto solo al mondo, che vive in una comunità di ragazzi alla Oliver Twist, “figlio” prediletto del Fagin di turno. È la Napoli delle sigarette di contrabbando, degli scafisti che solcano il golfo trasportando merci e non esseri umani, a differenza dei loro omologhi odierni, delle discoteche che diventano ufficio dei boss. L'Immortale è un film di sogni infranti e destini segnati, di tradimenti e morti che lasciano il segno, di famiglie impossibili e amori sacrificabili, da cui Ciro di Marzio emerge come figura tragica ed epica, che ha scelto il Male perché lo conosce da sempre, a fondo, ed è quello in cui è più bravo: sa anticipare le mosse dell'avversario, leggere negli occhi di chi gli è più vicino la paura e la rabbia di chi lo pugnalerà alle spalle.

C'è speranza per un personaggio del genere che non può legarsi a nessuno, se non al vuoto che ha dentro, e che sa che ogni rapporto è provvisorio? Ciro di Marzio ha un “fratello”, che ha tentato di uccidere e che lo ha “ucciso”, ma i fratelli in questo ambiente squallido e disperato sono solo quelli con cui hai sparso sangue e morte e che per questo sanno che ogni affetto è effimero come la vita stessa. Gomorra da sempre descrive i suoi cattivi senza giustificazioni per il loro operato, ma con uno spessore che è difficile trovare in un'opera di genere, e il film non fa eccezione. Sarebbe ingiusto e ingeneroso leggerlo (come ha fatto Aldo Grasso) come uno spot per la quinta stagione tv: sicuramente chi segue e ama la serie lo può maggiormente comprendere e apprezzare, ma ciò non toglie che L'Immortale sia un film teso, compiuto e ben interpretato, con una cura estrema impiegata nella regia, nella fotografia, nella scenografia, nel commento musicale e nel montaggio, che sul grande schermo e nel formato in cui è stato girato rende giustizia a un personaggio che meritava un film tutto suo e - per noi - riesce a conciliare due media che, ci piaccia o meno, sono destinati a incontrarsi sempre più spesso.



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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