L'atelier Recensione

Titolo originale: L'atelier

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L'Atelier: la recensione del nuovo ritratto giovanile diretto da Laurent Cantet

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L'Atelier: la recensione del nuovo ritratto giovanile diretto da Laurent Cantet

I film di Laurent Cantet non iniziano con il primo ciak, ma con lunghe settimane di preparazione in cui i suoi attori, spesso non professionisti, lavorano per plasmare la sceneggiatura insieme all’autore, nutrendo i personaggi per renderli più veri. I ragazzi di una scuola di periferia li aveva già mirabilmente raccontati ne La classe, vincitore della Palma d’oro a Cannes nel 2008, quando aveva seguito un anno di un gruppo di allievi di periferia. L’Atelier si concentra invece in un’estate, seguendo un workshop di un gruppo di ragazzi che, seguiti da una scrittrice di un certo successo, devono realizzare collettivamente un thriller, con la sola condizione che sia ambientato nella loro realtà.

Un posto che per il cinema rievoca la magia di uno dei primi film della storia: L’arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat. Una realtà distesa sul mediterraneo, fra Marsiglia e Tolone, che convive da una ventina d’anni con i resti di un’attività cantieristica una volta fiorente, ma ormai relegata a ingombrante sfondo di vita quotidiana. Il tentativo è di puntare sul turismo e sulle scogliere di macchia mediterranea che disegnano una costa bella e frastagliata.

I ragazzi seguono attenti gli incontri, sembrano coinvolti dalla prospettiva di raccontare il loro mondo in un giallo, di rendere catartica la violenza. Il tutto mentre intorno a loro le lotte sindacali, i rimpianti per i cantieri che una volta producevano ricchezza, per loro sono frasi vuote, non avendo mai vissuto quegli edifici ingombranti altro che come relitti sullo sfondo dei loro bagni estivi. Parlando di violenza, la scrittrice inizia a interessarsi ad Antoine, uno degli allievi del corso, sempre pronto a provocare, a scontrarsi frontalmente con i compagni neri e di origine maghrebina. Incuriosita cerca di capire, vuole conoscerne i meccanismi mentali, proprio mentre Antoine stesso nasconde dietro poche parole e diffidenza un’attrazione ai confini del morboso.

In un confronto che interrompe la tutto sommato serena successione degli incontri del workshop, Antoine dimostra di aver letto uno dei suoi polizieschi, ne recita ad alta voce alcuni passi e le rinfaccia di scrivere parole vuote, senza capire quella violenza. Il rapporto fra loro due è una delle cose interessanti del film: lei inizia a curiosare nella vita social di Antoine, nel suo circolo di amici, tra cui esponenti dell’estrema destra che flirtano con la violenza; intuisce un’occasione per assorbirne qualche molecola che possa rendere più sapidi i suoi thriller. Una realtà non disagiata, ma annoiata, quella in cui sono immersi i ragazzi, in cui la radicalizzazione è una valvola di sfogo dalla noia. In questo senso, che si scelga la destra neofascista o l’ISIS, è la ricerca di un senso in un mondo privo di fedi e ideologie a spingere verso una rottura della legalità. Non è neanche una scelta dovuta all’esclusione sociale, a una condizione economica disperata.

L’Atelier è un nuovo sguardo di Laurent Cantet sulle rovine di una Francia post ideologica, che scava con umiltà nel vissuto quotidiano di ragazzi simili a tanti altri, riuscendo a restituire una visione non banale e molto credibile, a stimolare riflessioni su giovani e radicalizzazione molto più che in tanti ponderosi saggi sociologici o suoi lavori precedenti, più apparentemente “politici”.

L'atelier
Il Trailer Italiano Ufficiale del Film - HD
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