L'arte di vincere - la recensione del film

24 gennaio 2012
4 di 5

Il baseball è davvero lo sport americano per eccellenza, metafora della storia e del carattere del paese, della lotta testarda per la conquista del territorio, della necessità inconscia di crearsi leggende e mitologie, una storia solida e comune.



Chi quello sport lo conosce davvero bene, lo ripete strenuamente da anni.
Il baseball è davvero lo sport americano per eccellenza, metafora della storia e del carattere del paese, della lotta testarda per la conquista del territorio, della necessità inconscia di crearsi leggende e mitologie, una storia solida e comune.
Anche per questo tanti sono stati i film a stelle e strisce incentrati su questo gioco. Ma nessuno, prima d’ora, era stato in grado di mostrare con altrettanta efficacia il legame antropologico e culturale, identitario, tra Baseball e America come L’arte di vincere.
Paradossalmente, ma non tanto, non un film sul baseball, ma un film col baseball. Che il baseball lo esalta travalicandolo, senza mai mostrarlo. Un film che, attraverso una vicenda eminentemente sportiva, seziona con morbida precisione l’etica (protestante) e la politica della società statunitense.

Grande parte del merito della riuscita dell’operazione va allo sceneggiatore Aaron Sorkin, qui coadiuvato da un altro nome importante della scrittura cinematografica americana come Steven Zaillian. Partendo dal libro firmato dal giornalista Michael Lewis “Moneyball: The Art of Winning an Unfair Game”, Sorkin ha compiuto sulla storia (vera) del General Manager degli Oakland Athletics la medesima operazione effettuata su quella di Mark Zuckerberg in The Social Network: ha osservato una parabola di vita, l’ha scomposta in dati quintessenziali e l’ha infarcita di uno sguardo ampio e approfondito in grado di dargli significati che travalicano l’esperienza soggettiva di un singolo e la rendono archetipica.
E, con buona pace dei fan, qui il baseball è fondamentale solo a livello ideologico e metaforico (nonché, ovviamente,  romantico), mentre la pratica sportiva ha in fondo la stessa identica rilevanza che avevano i codici informatici nel film di David Fincher: ovvero nulla.

Ma lì come qui, la scrittura di Sorkin soprende, intriga, arrovella.
E cattura lo spirito di un protagonista nel profondo, legando lo spettatore a doppio filo alle sue vicende e ai suoi stati d’animo.
Ecco che allora la storia de L’arte di vincere e di Billy Beane è quella universale e profondamente americana di un riscatto, di un atto di fede cieco e appassionato, di una scommessa esistenziale da vincere moralmente con compostezza attraverso la sofferenza e l’apparente sconfitta, senza che le luci del trionfo arrivino mai ad abbagliare le idee e la determinazione. Beane come l’ultimo degli eroi solitari del West.

Come Beane e il suo braccio destro Peter Brand hanno rivoluzionato le leggi di uno sport che sembrava immutabile nel suo pensiero dominante con un “semplice” cambio di prospettiva dirigenziale, attraverso un eresia che non stravolgeva davvero le fondamenta di quella che in Bull Durham veniva definita “la Chiesa del baseball”, così Sorkin e Zaillian hanno stravolto quelle del cinema sportivo, rispettandone tutti gli immancabili cliché strutturali ma cambiandoli regolarmente di segno o di tono. Reinventandoli senza negarli.
Come l’ossessione razionalista per i numeri e le statistiche dei suoi due protagonisti non nega mai l’emotività, il dubbio, il fattore umano, così L’arte di vincere, portato avanti con impeccabile e classica eleganza registica da Bennett Miller, procede testardo non con freddezza ma con una pacata compostezza che solo a tratti si squarcia lasciando trapelare la passione, commovendo e conquistando.

Brad Pitt e Jonah Hill sono una coppia perfetta di interpreti: ha fatto bene il primo a rimanere testardamente legato al progetto, nonostante abbia attraversato anni di complessa preparazione, ché questo è forse il suo ruolo migliore, redfordiano e senza inutili retoriche.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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