L'arrivo di Wang - recensione del film dei Manetti Bros.

09 marzo 2012
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Continuando imperterriti nella loro esplorazione dei generi in film low-budget ma con idee originali, i Manetti Bros. se ne autoproclamano campioni e paladini, e dopo l'horror, il thriller e il poliziesco, si dedicano alla fantascienza.



Continuando imperterriti nella loro esplorazione dei generi in film low-budget ma con idee originali, i Manetti Bros. se ne autoproclamano campioni e paladini, e dopo l'horror, il thriller e il poliziesco, si dedicano alla fantascienza. Anche se sono passati 6 anni da Piano 17, e nel mezzo c'è la bella esperienza de L'ispettore Coliandro, Marco e Antonio Manetti, oltre a questo film ne hanno già girato un altro, l'horror L'ombra dell'orco (con Peppe Servillo nel cast: watch out!).

L'arrivo di Wang ha esattamente i pregi e i difetti delle loro opere precedenti. Parte da una bella intuizione, la sviluppa mantenendo una buona tensione drammaturgica e si sbraca un po' nel finale "a sorpresa". Ma strada facendo è godibile, ben recitato da attori che ci credono e non fanno finta, e supportato da effetti digitali di qualità ottimale rispetto al budget. Ci piace la loro capacità di fare cinema in uno spazio chiuso (l'ascensore di Piano 17, la stanza dell'interrogatorio di questo film) e un po' meno il loro modo di uscirne, quando non supportati da sceneggiature a prova di bomba (per chi scrive il loro miglior risultato in assoluto è l'irresistibile serie "coatta" dell'Ispettore Coliandro). Ma è veramente raro trovare in un film di genere tante idee, espresse in dialoghi che non facciano digrignare i denti.

Detto questo, ci piace davvero molto l'idea alla base del film, nata probabilmente dalla domanda: come si può fare un film di fantascienza a zero budget ambientato nella Roma di oggi? E pensandoci, perché gli alieni atterrano ovunque tranne che da noi? Hanno paura che gli freghino l'astronave o che i vigili chiedano loro mazzette per non multarli? Il Wang dei Manetti, dunque, arriva proprio a due passi da San Pietro, dove trova rifugio nello scantinato di Amunique, un'energica cittadina extracomunitaria.

I Manetti sono bravi a fare di necessità virtù, e hanno gioco facile nell'immaginare l'ambientazione scalcinata e poco glamour di una sede dei servizi segreti che sembra un commissariato qualunque, con personaggi per cui proviamo un'istintiva antipatia e che ci sembrano subito ridicoli. Mettono nella stanza chiusa che dicevamo prima tre persone che rappresentano tre stereotipi e ci rinchiudono assieme a loro sfidandoci a prendere posizione e a confrontarci coi nostri pregiudizi. Con chi ci schieriamo? Con l'agente senza scrupoli e pietà che dichiara di essere animato dalle migliori intenzioni, o con la ragazza garantista che vive in una situazione di privilegio ed esprime le sue idee con una certa arroganza? Oppure col misterioso signor Wang, che nonostante l'intelligenza superiore ha scelto a priori la lingua più diffusa del pianeta, il cinese mandarino, per comunicare con un popolo notoriamente poco incline a imparare lingue straniere? E' questo il nucleo migliore del film.

Nonostante il budget irrisorio, l'alieno – creato interamente in digitale - è convincente: parla una lingua per noi incomprensibile e non esiste nemmeno, ma ci identifichiamo nella sua situazione e possiamo provare qualcosa per lui. Francesca Cuttica è brava nel suo ritratto di ingenua detentrice della verità, e nell'esprimersi con scioltezza in una lingua che non conosce. Ed è un piacere ritrovare Ennio Fantastichini in un ruolo in cui può essere, come solo lui sa fare, mellifluo e furioso, minaccioso e stremato come un uomo perennemente sull'orlo di un colpo apoplettico di fronte all'idiozia del mondo.

Certo, L'arrivo di Wang non ha la profondità tematica né la spettacolarità di un altro film di fantascienza low budget come District 9, ma è comunque un tentativo di entertainment intelligente, che assomiglia in questo a un fumetto degli anni Cinquanta. Apprezzato all'estero, dove film come questo non vengono giudicati con impietosi paragoni coi loro concorrenti mainstream, sembra che abbia aperto ai Manetti le porte di Hollywood. Se è vero, congratulazioni: ci diverte molto l'idea di questi due ruspanti guastatori all'interno di un sistema codificato all'eccesso.



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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