L'arminuta: la recensione del film di Giuseppe Bonito presentato alla Festa di Roma

15 ottobre 2021
3.5 di 5
12

Adattamento del romanzo vincitore del Premio Campiello, L'arminuta è il dramma di una tredicenne che scopre la famiglia naturale che non aveva mai conosciuto. Diretto da Giuseppe Bonito, è stato presentato in Selezione ufficiale alla Festa del Cinema di Roma 2021. La recensione di Mauro Donzelli.

L'arminuta: la recensione del film di Giuseppe Bonito presentato alla Festa di Roma

Siamo nel 1975, e una macchina si arrampica dove la campagna diventa montagna, nell’entroterra abruzzese. Scende una ragazzina di 13 anni, rossa di capelli e disperata. Sta lasciando la sua famiglia, che ha appena scoperto essere adottiva, e viene rispedita - come un pacco, avrà modo di rinfacciare presto - alla sua famiglia biologica. L’arminuta, la “rispedita” in accetto abruzzese, tanto per proseguire con le metafore postali, in una storia in cui le comunicazioni fra la giovane e la sua ormai non più madre si sviluppano attraverso missive disperate e risposte materiali. Soldi, viveri, un letto a castello per non dover condividere un lettino sgangherato con la neo sorellina. L’arminuta è nato dalla fantasia, e dall’esperienza di vita di Donatella Di Pietrantonio, in un romanzo vincitore del premio Campiello. L’adattamento per il cinema è firmato da Giuseppe Bonito, aiuto regista per anni e di recente chiamato da Mattia Torre, prima della prematura scomparsa, per dirigere Figli, sua ultima sceneggiatura.

A dir poco spaesata, la ragazza si ritrova sospesa fra due mondi. Uno rappresenta un passato totalizzante che non si rassegna a definire tale, che non vuole lasciarsi alle spalle, sconvolta dall’abbandono da parte della madre, soprattutto, e del padre. Tanto che inizialmente si domanda, e domanda, cosa abbia fatto per meritarsi questo. L’altro è un presente che vorrebbe cancellare subito, in cui non riesce a immaginarsi. La ragazza vorrebbe semplicemente ritornare a casa, inconsapevole di trovarsi in un altro limbo cruciale, quello dell’infanzia che sta finendo. Il mondo in cui viene catapultata è violento, addirittura primitivo ai suoi occhi di fanciulla di città, oltretutto in riva al mare. Un mondo di benessere e di odori, ricordi, capaci di travolgerla con nostalgici rimpianti di un passato così breve, ma per lei così intenso. Un passato allo stesso tempo puro ed epico, come può esserlo solo quello di una giovane vita che si affaccia all’adolescenza.

Le due madri sono divise da tutto, accomunate solo dall’impossibilità di comunicare, figlie di due maniere opposte di vivere un paese sospeso fra modernità e rituali arcaici. Una storia al femminile, magistralmente interpretata da un quartetto di interpreti provenienti da mondi, esperienze ed età diverse. I maschi rappresentano una pura funzione, che sia quella lavorativa, con i soldi o il frutto dei campi da portare a casa, o fisica, con le botte mai risparmiate fra padre e figlio e le prime avvisaglie sessuali per l’arminuta imposte dal (neo) fratello maggiore.

Fra i monti di un mondo che si stava spopolando sono gli occhi a parlare, quelli di una madre “nata sotto una cattiva stella”, devastata dal dolore di un quotidiano vissuto come pausa fra una tragedia e un’altra. Un dolore espresso con sguardi e silenzi, mai a parole. L’alieno irrompe in quella realtà e provoca suo malgrado un inaudito sommovimento, una specie di ultimo riflesso esistenziale grazie al quale ognuno dei personaggi sembra nutrire qualche residua speranza che qualcosa cambi, in meglio. La comunicazione assente, o quantomeno strutturata in maniera puramente orientata alla sopravvivenza.

Il titolo ci suggerisce un movimento che non si può imbrigliare in una rassegnata unidirezionalità. L’arminuta è un’anima evoluta, moderna, con una consapevolezza che da quelle parti non avevano mai visto. Lei vuole tornare “a fare cose belle”, completando un percorso di maturazione che la porta ad abbracciare l’umanità al di là dei silenzi e delle differenze, riconoscendo un valore morale indipendente dalla proprietà con cui ci si siede a tavola o si scelgono le posate. L’armunita cerca il suo mondo, superando entrambi i poli opposti in cui era vissuta fino ad ora, rifiutando sintesi di compromesso, scegliendo i suoi compagni di viaggio. Si lascia alle spalle volti segnati, dolori silenziosi rappresentati con vivida credibilità, cartoline ormai ingiallite di un’Italia delle strade bianche che tutti possiamo riconoscere; che siano custodite in un portafoglio, in un cassetto, o in una vecchia soffitta polverosa.

L'Arminuta
Il Trailer Ufficiale del Film - HD


  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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