L'arbitro - la recensione del film con Stefano Accorsi

28 agosto 2013
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Fra la ballata western e la commedia grottesca, il primo film di Paolo Zucca trasforma il calcio in una liturgia e racconta in maniera inedita la Sardegna

L'arbitro - la recensione del film con Stefano Accorsi

Una delle ragioni che hanno spinto Stefano Accorsi ad accettare il ruolo da protagonista ne L'arbitro è l'uso del bianco e del nero, espediente stilistico che, già in Razzabastarda di Alessandro Gassman e prima ancora in Dead Man di Jim Jarmusch, aveva avuto il merito di rendere epico, archetipico, quasi liturgico il racconto per immagini.
Nel caso del primo lungometraggio di Paolo Zucca, che sviluppa l'omonimo corto vincitore del David di Donatello nel 2009, l'assenza di colore coincide anche con la precisa volontà di decontestualizzare, tanto nello spazio quanto nel tempo, una storia che parla dello sport che meglio di ogni altro sa farsi metafora della vita contemporanea: il calcio.

Ammiccando ai film di Sergio Leone, di cui riprende spazi estesi, volti segnati, nuvole di polvere e ineluttabili regolamenti di conti, il regista intreccia all'eterna faida fra le scamuffe squadre dell'Atletico Papabrile e del Montecrastu la corsa verso la dannazione professionale di un arbitro che, un po' per ingenuità e un po' per frustrazione, si lascia corrompere.
Punteggiando il dipanarsi di questa seconda vicenda di canzonette in stile Ventennio e di coreografici allenamenti che fanno pensare agli esercizi dei Balilla mostrati nei cinegiornali d'epoca, Zucca evita l'allusione a calciopoli e il paragone con riottosi figuri alla José Mourinho, facendosi invece portavoce delle umane debolezze.

Più che i personaggi, nella sua storia contano i sentimenti assoluti, e se all'amore pensa la commedia  (affidata alla coppia Geppi Cucciari/Jacopo Cullin), la rappresentazione dell'odio e della vendetta si affida a toni cupi e – come già detto – ai tempi sospesi del western.

Alternando l'italiano al dialetto, L'arbitro ha poi il pregio di essere un acuto ritratto di una Sardegna che, sebbene venga mostrata attraverso lo specchio deformante di un grottesco alla "Cinico TV", emerge nella sua essenza di isola dura, selvaggia e imperscrutabile.
Era dai tempi de Lacapagira che un film non riusciva a penetrare così a fondo la dura scorza di una realtà regionale del Sud Italia.
Certo, rispetto ai protagonisti de L'arbitro, i personaggi di Piva erano meno shakespeariani, ma forse era più facile seguirli e amarli, perché nell'opera prima di Zucca l'ossessione per l'inquadratura perfetta crea talvolta una forte distanza emotiva.

Per questa ragione ci sembra migliore la parte legata all'arbitro Cruciani, che Accorsi sa rendere fragile e sprovveduto.
Il film è una buona occasione di crescita anche per lui, che già con La vita facile e Viaggio Sola ha intrapreso una strada nuova.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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