L'amore inatteso - la recensione del film di Anne Giafferi

11 marzo 2013
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Diciamo subito che per parlare de L’amore inatteso, seriosa commedia francese che arriva in Italia a due anni dall’uscita in patria, non c’è bisogno di tirare in ballo registi come Bresson.

L'amore inatteso - la recensione del film di Anne Giafferi

Diciamo subito che per parlare de L’amore inatteso, seriosa commedia francese che arriva in Italia a due anni dall’uscita in patria, non c’è bisogno di tirare in ballo registi come Bresson.
Sì, certo, nel film d’esordio di Anne Giafferi si parla di religione, di spiritualità, di un personaggio che viene toccato dalla grazia. Ma lo spessore della riflessione filosofica, intellettuale e spirituale di una conversione a quarant’anni non è esattamente rilevante.

Bisogna riconoscere alla regista di aver tentato, con successo, di evitare ogni pedanteria e ogni tentazione evangelizzatrice o proselitista, nel portare al cinema un romanzo popolarissimo oltralpe come “Catholique Anonyme” di Thierry Bizot (che, guarda caso, è suo marito). Di aver tentato di affrontare temi seri e ponderosi con leggerezza.
E bisogna riconoscerle anche, a lei che proviene dal mondo della televisione, di aver cercato una confezione che, soprattutto dal punto di vista fotografico, fosse cinematograficamente ricercata. Paradossale, quindi, che entrambi questi lodevoli forzi finiscano quasi col rappresentare delle limitazioni al film: proprio come certe buone volontà del suo protagonista, che prova a mettere in pratica la parola del Vangelo nella sua vita quotidiana, con risultati decisamente deludenti.

L’amore inatteso, infatti, vuole essere talmente casual rispetto al peso specifico del suo contenuto da scivolare in tempi abbastanza rapidi nell’eccesso opposto: ovvero quello di trattare con una gravità disincantata e maliziosa, con un broncio tutto francese, una vicenda appiattita e semplificata ai limiti dell’inconsistenza.
Vero è che nella fase iniziale è tracciata con apprezzabile indefinitezza la crisi del protagonista: quella crisi sorda e immanente comune a tanti soggetti che affollano il mondo di oggi, nelle società occidentali; quella crisi che spinge alla ricerca di appigli, sostegni e punti fermi che possano rappresentare un’ancora pronta a garantire stabilità nel mare mosso della contemporaneità.
Ma se questa universalizzazione funziona nell’approcciare col film, avrebbe richiesto una strutturazione più personale, narrativamente e filosoficamente rilevante per mantenere vivo il legame dello spettatore.

Invece le motivazioni del protagonista interpretato da un bravo Eric Caravaca, i suoi rapporti con la moglie scettica, il figlio preadolescente, il padre anaffettivo, la sorella ingenua e il fratello ribelle sono accennati con pennellate esili e, infine, perfino banali: e lo stesso riguarda il suo abbracciare la catechesi e la fede, dapprima “per buona educazione”, in seguito per colmare necessità affettive come se si trattasse di cioccolata.
Giafferi accompagna i repentini cambi di equilibri e pensiero con stacchi di montaggio altrettanto bruschi, cercando una disinvolta e borghese noncuranza, più che vagamente snob persino al netto dello specifico transalpino. E alla fine ecco che tutto si fa, letteralmente, sfocato.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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