L'amore che resta - la recensione del film di Gus Van Sant

12 maggio 2011
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I protagonisti di L'amore che resta, entrambi segnati, nel corpo o nello spirito, reagiscono sfidando i confini della levità, ritrovandosi in un territorio comune che sfugge alla maggior parte delle persone che li circondano.

L'amore che resta - la recensione del film di Gus Van Sant

L'amore che resta - la recensione

La morte.
La morte era e rimane il vero, grande tabù degli esseri umani. Già e difficile parlarne con sensatezza, è poi possibile farlo con un film che si tenga lontano da tutto quello che riguarda il dopo, e senza drammi, urla, dolori sbandierati?
È possibile se si possiedono la delicatezza e il romanticismo che troppo spesso non vengono sufficientemente riconosciuti a Gus Van Sant.

Tutto, in L'amore che resta, poteva facilmente condurre verso il dramma di facilona fattura, considerato che al centro della storia c’è l’amore tra due adolescenti: l’uno ossessionato dalla morte dopo quella dei genitori, avvenuta in un incidente d’auto, con amico il fantasma di un kamikaze giapponese, l’altra malata terminale di un tumore al cervello. E invece, se dramma è, lo è con malinconica voglia di sorridere.
Perché come nell'Hereafter di Clint Eastwood, anche in questo suo nuovo film il regista di Portland sceglie di parlare della morte parlando soprattutto della vita.
I protagonisti di L'amore che resta, (ottimamente interpretati da Henry Hopper e un’enorme e fragile Mia Wasikowska), entrambi segnati, nel corpo o nello spirito, reagiscono sfidando i confini della levità, ritrovandosi in un territorio comune che sfugge alla maggior parte delle persone che li circondano. E quella che nasce come una bizzarra amicizia tra due imbucati al funerale di uno sconosciuto, si trasforma in un amore forte e fragile al tempo stesso, in un supporto reciproco che non si manifesta attraverso il semplice rispecchiarsi, ma tramite un’integrazione che comprende anche la materializzazione delle proprie paure.
Paure che sono quelle della perdita e della solitudine, dell’ignoto e del dolore, del senso inafferrabile del vivere.

Annabel e Enoch, sorriso delicato e obliquo ma mai forzato sulle loro labbra, affrontano insieme queste paure con un coraggio bizzarro, mai figlio dell’incoscienza ma al contrario derivante da una consapevolezza profonda. E Van Sant li accompagna discreto, ovattato e dichiaratamente romantico come non mai, lungo un percorso nel quale gli ostacoli sono sempre inevitabili, mai realmente insormontabili. Perché l’illusione di una soluzione semplice è scartata a priori, la negazione del proprio destino passato, presente e futuro mai presa in considerazione da nessuno.
Attraverso la storia, e i personaggi, il regista sussurra nelle orecchie dei suoi protagonisti (e dei suoi spettatori) la parola amore con poetica e testarda determinazione. Ché è lì che risiede il senso, afferrabile,del vivere e del morire.


  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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