L'altra verità - la recensione del film

11 aprile 2011

Dopo aver lavorato con successo su un inedito versante di commedia con Il mio amico Eric, Ken Loach cambia nuovamente direzione e genere, tornando a battere territori a lui più consueti.

L'altra verità - la recensione del film

L'altra verità - la recensione

Dopo aver lavorato con successo su un inedito versante di commedia con Il mio amico Eric, Ken Loach cambia nuovamente direzione e genere, tornando a battere territori a lui più consueti. La strada su cui si incammina è la famigerata Route Irish, la strada che congiunge l’aeroporto di Baghdad con la Green Zone della capitale irachena.
Perché L'altra verità, intitolato in originale proprio a quella strada, racconta in chiave fortemente polemica e di denuncia del mondo di quelli che oggi vengono chiamati contractors e che un tempo erano più semplicemente definiti mercenari. Oggi le società che gestiscono i contractors sono al centro di un giro di denaro di enormi proporzioni: e, come spesso purtroppo accade, al crescere dei guardagni reali e potenziali si assiste ad una decrescita direttamente proporzionale degli scrupoli etici e morali.

Materiale sulla carta perfetto per il regista inglese, che lo tratta attraverso le indagini di Fergus, uno di questi moderni soldati di ventura sulla morte avvenuta in circostanze misteriose di Frankie, un amico fraterno che aveva assistito a delle malefatte che voleva denunciare e che la società per cui lavoravano entrambi voleva invece mettere a tacere. E in effetti ne L'altra verità Loach riversa tutta la sua indignazione per un sistema ormai fuori controllo, e per personaggi che non riescono a uscire da una logica perversa e violenta anche quando vorrebbero agire nel nome del bene.
La ricerca della verità portata avanti da Fergus assieme alla vedova di Frankie, Rachel, è infatti basata più sul concetto di vendetta che non su quello di una giustizia che pare impossibile raggiungere attraverso le strade lecite, e Loach è bene attento a non distogliere lo sguardo (suo e nostro) dalla natura virale della violenza e della corruzione.

Ma la passione politica del regista non riesce mai a far volare alto un film indubbiamente corretto da molti punti di vista, ma privo di attributi realmente vibranti.
Appiattendosi su una forma e una struttura lineari che lasciano spazio all’azione ma mai alla riflessione o all’introspezione psicologica, Loach si limita ad esplicitare il noto e il risaputo, non arriva mai alla cattiveria che scuote e i colpi che vorrebbe assestare non lasciano mai il segno. Piuttosto lavora scolasticamente e si limita ad osservare la superficie di un mondo e di dei personaggi, senza mai di grattarne via la patina esterna né tantomeno scavare dentro alla ricerca di quell’idea, quel pensiero o quella novità che avrebbe spostato l’asse de L'altra verità lontano da una banalità un po' deludente.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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