Festival di Berlino 2014: Kreuzweg, la recensione del dramma religioso tedesco

09 febbraio 2014
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Un rigoroso racconta sul fondamentalismo cattolico diretto da Dietrich Brüggemann.

Festival di Berlino 2014: Kreuzweg, la recensione del dramma religioso tedesco

Una rinnovata attenzione per le tematiche religiose sembra diffondersi da qualche tempo nel cinema europeo, soprattutto quello di lingua tedesca. Non solo la spiritualità, intesa nel senso intimo e magari eterodosso, ma proprio le dinamiche più estreme della religione ufficiale, o di chi ne rinnega il presunto imbarbarimento.

Lo dimostra anche il film di Dietrich Brüggemann dal titolo Kreuzweg, le stazioni della croce, della via crucis di Cristo. Non si può dire che il regista tedesco non ci sintetizzi con chiarezza cosa ci aspetterà. Una via crucis con tanto di 14 stazioni, altrettanti capitoli a partire da “Gesù è condannato a morte” per arrivare a “Il corpo di Gesù è deposto nel sepolcro”. Protagonista una ragazza di 14 anni, guarda caso di nome Maria, che vive con pieno entusiasmo la vita della comunità a cui aderisce con rigore estremo la sua famiglia.

Nel film ci si inventa un nome, ma lo stesso regista non nega la vicinanza alla Fraternità sacerdotale San Pio X, fondata dal discusso vescovo Marcel Lefebvre, ai cui discepoli pochi anni fa proprio il papa tedesco Benedetto XVI revocò la scomunica fra le polemiche. Una comunità fondamentalista, di avversori delle riforme della Chiesa Cattolica dal Secondo concilio vaticano in poi.

La regia asseconda il rigore della storia con 14 plateau, ripresi con camera fissa (a parte una eccezione finale), a riprendere in lunghi piani sequenza il percorso di una ragazza di 14 anni che inizia a provare le pulsioni tipiche dell’adolescenza e si sdoppia quotidianamente fra gli insegnamenti del catechista, sorriso gentile e durezza inflessibile, e la scuola pubblica in cui subisce battute inevitabili dai compagni. Tra l’altro, considerato l’ambiente familiare, sembra davvero poco credibile che non frequenti piuttosto una scuola cattolica, evitando i “demoniaci” rischi della tentazione.

Ci sono spunti senz’altro interessanti, nelle stazioni di Kreuzweg: nel rapporto educativo fra una giovane ragazza e la madre, nella silente e passiva presenza del padre, nel raccontare fondamentalismi religiosi meno esotici e molto più vicini ai nostri. La cosa che stona è che questo stile di vita, incredibile e per molti versi risibile, viene proposto senza particolari problematizzazini, non optando né per un approfondimento particolare delle motivazioni che spingono questa comunità a comportarsi in questo modo - se si esclude una lettura letterale, antistorica e dogmatica del cattolicesimo - né li si sottopone attraverso altri personaggi a un dialogo problematizzante.

Il risultato è questo martirio di una santa contemporanea diventa uno sterile esperimento da laboratorio, innamorato del proprio rigore, troppo freddo per coinvolgere più di tanto, e non aiutato da una recitazione legnosa.



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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