Knight of Cups - recensione del film di Terrence Malick in concorso alla Berlinale 2015

08 febbraio 2015
2.5 di 5
88

Un film di prigionieri: protagonista, interpreti, regista.

Knight of Cups - recensione del film di Terrence Malick in concorso alla Berlinale 2015

Un film di prigionieri, il nuovo di Terrence Malick.
Di personaggi prigionieri di sé stessi, di un protagonista prigioniero di un ripetersi ciclico della vita sempre uguale e sempre ugualmente doloroso. Di attori prigionieri (solo a tratti consapevoli) di un'inquadratura e di un progetto, di un autore prigioniero di uno stile che lo soffoca e ci soffoca.

Diviso in capitoli intitolati a carte dei tarocchi - le stesse che gli danno il titolo, ognuno dei quali sineddoche di tutto il film - Knight of Cups è uno spaccato della vita del personaggio di Christian Bale, sceneggiatore di successo e uomo alla deriva nel mare dell'edonismo e della dissoluzione, condannato da sé stesso alla ripetizione dei propri errori.
In ogni capitolo si replicano i rapporti che ha con il fratello e con il padre, e soprattutto con le donne della sua vita, tutte diverse eppure tutte uguali: tutte a modo loro portatrici di saggezza e infelicità, ognuna strada senza uscita che, magicamente, riporta al punto di partenza.

Se vogliamo, il Rick di Bale è un Jep Gambardella losangelino e malickiano, un uomo ingabbiato (a tratti, fugaci, letteralmente) nei meccanismi vacui del potere, dei soldi e del successo, che come il personaggio di Servillo cerca la forza di scardinare la serratura che lo imprigiona: ma che non troverà mai né la chiave né il grimaldello per farlo.
Perché, se il discorso filosofico di Malick, in The Tree of Life e in To the Wonder, era declinato secondo coordinate essenzialmente cristiane, Knight of Cups è il film buddista dell'americano: non appaiono casuali, allora, nel magma di immagini e di inquadrature, l'indugiare su un altare dedicato al Buddha e su una casa di design ispirata proprio alla variante zen della sua filosofia.

Non importa chi abbia al suo fianco, non importa quanto cerchi di fuggire dalle feste, dalle piscine, dalle donne bellissime, dagli agenti, dalla vacuità o da Los Angeles, o più semplicemente dal suo dolore, Rick è destinato all'eterno ritorno, a una sostanziale e costante reincarnazione in sé stesso. Non c'è possibilità di fuga, e ogni inizio è al tempo stesso anche una fine: "begin" è la prima parola del film, così come la sua ultima.

Nemmeno Malick, però, riesce a sfuggire a sé stesso, nonostante cerchi in maniera quasi commovente di farlo. Perché se è vero che al senso di trasformazione, passaggio, di evoluzione che stava alla base dei suoi ultimi lavori qui si è andato a sostituire un ragionamento comunque nuovo, e magari significativo, questo discorso e questo desiderio vengono (coerentemente?) frustrati dall'immobilismo di una forma che appare sempre più ripiegata su sé stessa. La forma dell'estetica poetica che tocca cose, luoghi e persone, delle voci off ripetute e pensose, di un lavoro con gli attori fatto di libertà e improvvisazioni tali da spaesare gli stessi protagonisti, di una magniloquenza bulimica che intasa lo sguardo e stucca il cervello.

Knight of Cups, concentrato sui piedi delle sue fondamenta e sull'ombelico del suo stile, non prende mai il largo: rimane lì, in balia di quelle onde che lo popolano e lo pervadono, che lo risbattono sempre verso la riva e affogano quanto di buono poteva contenere.


 



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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