Killer Joe - la recensione del film di William Friedkin

10 ottobre 2012
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Per quanto tutti i protagonisti di Killer Joe siano infatti piuttosto esplicitamente riprovevoli, con l'eccezione (parziale) del personaggio affidato a Juno Temple, il regista americano non esita a rintracciare in loro tracce di sentimenti e umanità

Killer Joe - la recensione del film di William Friedkin

Da sempre abituato a lavorare sul genere e sui generi con grande intelligenza e particolare sensibilità, William Friedkin ritorna al cinema con un film che, ancora una volta, gli permette di esplorare le zone grigie dei comportamenti e della morale.
Per quanto tutti i protagonisti di Killer Joe siano infatti piuttosto esplicitamente riprovevoli, con l'eccezione (parziale) del personaggio affidato a Juno Temple, il regista americano non esita a rintracciare in loro tracce di sentimenti e umanità che li rendono ben più complessi di quel che appare. Il manicheismo, a Friedkin, non appartiene, per quanto sia chiara, nel film, la sua visione più che vagamente nichilista.

Girato con estrema eleganza formale, di quell'eleganza senza fronzoli che ci aspetta dal nome che lo firma, Killer Joe è puro cinema nonostante la radice teatrale del copione gli dona in aggiunta un'inedita centralità della parola, ed è messa in scena di un tutti contro tutti iperviolento e disperato, eppure simultaneamente carico di straordinaria ironia e di senso dell'umorismo.
Negli anni del post-tarantinismo, William Friedkin riporta coenianamente il pulp alle sue radici più puramente noir, ribaltando l'uso e l'applicazione della parola e del disincanto del regista de Le iene e Pulp Fiction.
Spesso e volentieri, Killer Joe pianta ben salde le tende nel terreno del grottesco, ma con chiaro intento spiazzante e morale. Più l'eccesso e l'aberrazione spingono al riso nel nome dell'assurdo, più Friedkin ci sbatte in faccia la violenza (fisica e psicologica) in tutta la sua destabilizzante sgradevolezza: e il sorriso si trasforma prima in ghigno e poi in smorfia di dolore. In crisi morale.

Per quanto prevedibile, la candida e danneggiata ingenuità della Dottie di Juno Temple è destinata ad essere irrimediabilmente sporcata e corrotta dalle gesta della sua famiglia e del killer del titolo (ottimamente interpretati da Thomas Haden Church, Gina Gershon, Matthew McConaughey ed Emile Hirsch).
Eppure, persino in quel terreno sterile e respingente, qualcosa è destinato (letteralmente) a svilupparsi e a nascere, a contagiare a sua volta. Di che segno siano però questi slanci verso il futuro, Friedkin lascia che sia lo spettatore a determinarlo.




  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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