Kiki - Consegne a domicilio: la recensione del film di Hayao Miyazaki

23 aprile 2013
4.5 di 5

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Kiki - Consegne a domicilio: la recensione del film di Hayao Miyazaki

Compiuti i tredici anni, Kiki non sta più nella pelle: l'apprendistato da strega impone un anno lontano dalla famiglia, trascorso a scoprire il mondo. In compagnia del fidato gatto nero Jiji, Kiki in sella alla sua scopa lascia la campagna alla volta della città. L'aspettano piccole avventure, grandi emozioni, delusioni e scoperte, mentre avvia la sua piccola attività di consegne, ovviamente volanti. 

Kiki – Consegne a domicilio è uno dei più grandi film d'avventura che possiate mai regalare a voi e ai vostri figli. Non commettere però l'errore di pensare, nemmeno per un attimo, che lo status stregonesco dell'umanissima protagonista vi conduca in territori fantasy: non aspettatevi incantesimi, mostri minacciosi, cattivi demoniaci, sfuggenti profezie. Troppo facile. 

Fate un bel respiro e preparatevi invece ad affrontare: l'ignoto che si nasconde in chi vi guarda, forse con affetto, forse con indifferenza; la vertigine dei primi soldi guadagnati con l'impegno; la strada difficile ma appagante della generosità disinteressata; il terrore e l'attrazione dell'omologarsi; le potenzialità inespresse di un noioso primo pomeriggio d'estate; la complicità che si accompagna alla tenerezza; il mistero dell'ispirazione, nell'arte e nella vita (indistinguibili); l'obbligo morale di rapportarsi al prossimo e alla natura, nel rispetto dei reciproci spazi. 

Liberamente tratto dal romanzo omonimo di Eiko Kadono, Kiki – Consegne a domicilio (1989), quarto film dello Studio Ghibli, è uno dei capolavori assoluti di Hayao Miyazaki, un'opera di un roccioso rigore etico e formale. Vi si trovano molti luoghi dell'immaginario cari all'autore, come il volo (in entrambe le declinazioni: magico e tecnologico) e l'ambientazione di sapore europeo. La città di Koriko, coerente e palpabile fusione di Stoccolma, Parigi, Lisbona, San Francisco e Milano, è un arazzo abitabile dall'immaginazione di chiunque. Su questo sfondo agisce una protagonista delineata con una precisione psicologica sbalorditiva. 

Il passaggio dall'infanzia all'età adulta è trasparente nelle scene che con precisione si soffermano su ogni gesto, ogni scelta e ogni incertezza di Kiki: un'eroina che dietro la sua apparenza fiabesca nasconde un'anima di concreto realismo. Un costante inno alla figura femminile, della quale Miyazaki (fategli un monumento) non ha bisogno di negare la grazia per celebrare la forza, quasi la sua animazione metabolizzasse Jane Austen. 

La magia di Kiki non è tanto nei suoi spettacolari voli a cavalcioni della scopa, quanto nella graduale accettazione della propria individualità, nella faticosa definizione dei propri principi di vita. Un'idea che sullo schermo rischierebbe il didascalico, ma che Hayao rende digeribile mantenendo con sapienza molto sfumato il confine tra messaggio e racconto, sempre coinvolgente anche senza scomodare interpretazioni.

Questo non è un cartoon davanti al quale parcheggiare i figli: non solo perché vorranno discutere con voi di ciò che accade, ma anche perché ogni adulto può riconoscersi nell'epica quotidianità dell'amabile Kiki. Non è difficile. Si tratta di sostituire la scopa volante con il ricordo di biciclette o malandati Ciao. Il resto – fidatevi - verrà da sé. Terapeutiche lacrime incluse.



  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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