Kick-Ass - la recensione del film

30 marzo 2011
4 di 5

Il cinema inglese dice la sua sul genere supereroico, cercando la violenza concreta senza dimenticare lo humor nero.

Kick-Ass - la recensione del film

Kick-Ass - la recensione del film

Dave, giovane adolescente di New York in repressa tempesta ormonale e appassionato di fumetti, decide un giorno di diventare un supereroe. Non ha superpoteri né è atletico, ha solo voglia di farlo: inizialmente maciullato dai lestofanti che non è ovviamente in grado di arginare, Kick-Ass (questo il baldanzoso nome scelto da Dave), grazie alla rete attira comunque l'attenzione. Non solo quella dell'opinione pubblica, ma anche quella della coppia di veri vigilanti Big Daddy-Hit Girl (padre e sboccatissima figlia tredicenne) e di un pericoloso boss criminale, con figlio affine per gusti e nerdismo a Dave e che diventerà la doppiogiochista spalla Red Mist.

Affrontare consapevolmente i cambi di registro in una narrazione equivale a un'acrobatica scommessa. Ci si prende la responsabilità di rischiare in nome di un bene prezioso: l'originalità in una struttura magari consolidata, com'è quella del genere supereroistico, che punti a un minimo di stimolante spiazzamento dello spettatore. Kick-Ass comincia come una parodia e si trasforma in un vero film di supereroi, assurdo romanzo di formazione di un ragazzo davvero qualunque.
E' facile cogliere in Kick-Ass gli echi dell'estetica contusiva dell'autore della graphic-novel realizzata in parallelo al film: quel Mark Millar il cui lavoro fu alla base del violento Wanted. L'inglese Matthew Vaughn, precedentemente autore del diverso, favolistico e sottovalutato Stardust, usa la violenza e la visceralità (per qualcuno sarà certo sgradevole) come mastice per evitare che i due registri si scollino: all'inizio si può anche ridere, ma pugni e pugnalate sono reali, mentre nella seconda parte Kick-Ass porta la giustizia con gusto adeguatamente coreografico, ma sempre rischiando di farsi male. Non arriviamo certo a parlare di realismo, ma di una fisicità concreta che aggiunge un reale sacrificio alle imprese del protagonista.

Il copione dello stesso Vaughn e Jane Goldman s'impegna seriamente per cercare al di sotto dello stereotipo i personaggi, che il suddetto cambio di registro evidenzia in modo curioso, sforzandosi di mantenere uno humor nero spesso disturbante. Non che l'impegno in questa corsa eviti le cunette: l'ammirevole naturalezza e sequenzialità di un Tarantino si inseguono ma non si raggiungono, e non tutti i passaggi narrativi sono gestiti con la giusta cura. Difetto da notare, se si considera che il film si concede l'altra scommessa (questa quindi non vinta) di due ore piene di durata.
Tenderemmo però a perdonare Vaughn per i suoi eccessi, ivi compreso un magniloquente inchino in scenografia alla consorte Claudia Schiffer, abituati come siamo alla produzione hollywoodiana che invece, salvo poche eccezioni, nel genere mira ormai troppo a non scontentare le produzioni succubi del PG-13.

Vaughn tra l'altro centra il cast: Johnson (Dave) è funzionale, Mintz-Passe (Red Mist, visto in Superbad) perfetto nell'ambito "contaminato" dell'operazione, Mark Strong (il boss) ridicolo e minaccioso al tempo stesso, ma soprattutto funziona Nicolas Cage (Big Daddy), che finalmente incontra un regista in grado di dare una collocazione precisa e ironica al suo allucinato debordare.



  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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