Kajillionaire: la recensione del film in streaming su Netflix

17 aprile 2024
4.5 di 5

Invisibile all'epoca della sua uscita in sala l'ultimo film di Miranda July, uno dei nomi di punta nel (vero) indie americano, è un racconto stralunato, amarissimo e dolcissimo, con momenti di grande cinema. La recensione di Kajillionaire di Federico Gironi.

Kajillionaire: la recensione del film in streaming su Netflix

Ci sono, per fortuna, a volte, dei film che lo capisci subito ti piaceranno, e ti piaceranno per i motivi giusti, perché quello stile lì strambo, quei personaggi borderline, quelle atmosfere così strane, non sono mica il vezzo di qualcuno che gioca a scopiazzare, a fare l’artista, a fare il copia e incolla di un’estetica.
Eh no, perché se Kajillionaire è il film che è, lo è per motivi ben precisi, perché per raccontare la sua storia, la sua morale, ha bisogno di quell’aspetto e di quel tipo di racconto.
È come quando nella prima, bellissima sequenza del film, nella quale il personaggio di Evan Rachel Wood, per entrare in un ufficio postale di downtown L.A., deve aspettare un momento ben preciso, e poi farlo con degli strani balzelli, delle piroette, una flessione: non c’è solo l’aspetto paradossale e slapstick della faccenda, c’è il fatto che tutti quei movimenti hanno una funzione. Una funzione precisa, efficace.

Quel personaggio lì, interpretato da una Wood magnifica (non era per niente difficile tramutarlo in una macchietta insopportabile, bastava un attimo: e invece è qualcuno cui di appassioni, e a cui vuoi bene), si chiama Old Dolio. L’hanno battezzata così i suoi genitori (Richard Jenkins e Debra Winger, fantastici), dandole il nome di un barbone che aveva appena vinto dei soldi a una lotteria, sperando che parte di quel denaro fosse lasciato alla bambina. Non andò così.
I genitori di Old Dolio - che fino a che non ci viene esplicitamente detto, nel film, mica ci credi che sono davvero i suoi genitori biologici, pensi siano gente disperata che si è in qualche modo scelta a vicenda per mutuo soccorso - sono due truffatori. Tirano a campare con piccoli furti, inganni, fregature date a qualche sfortunato o disattento. Il malloppo, per magro che sia, viene sempre diviso in tre. La parte di Old Dolio, però, la tengono sempre loro. D’altronde, sono partner in affari, no?

Insomma. Old Dolio il calore e l’affetto di una famiglia, di una famiglia magari non biologica, ma fatta d’amore, non l’ha mai conosciuto. Conosce la diffidenza, la paura, l’istinto di difendersi da chiunque. Con questo setting mentale, con quel modo di muoversi e camminare, con quella voce roca, ricorda un cane randagio, uno di quelli cantati da De Gregori: “Vive addosso ai muri e non parla mai”. Oppure: “Non sa dove andare, comunque ci va”. Quando per la prima volta nella vita, per caso e per errore, si sottopone a un massaggio, per la delicatezza di quel tocco, scoppia in lacrime. Non sorprende, allora, che quando Robert e Theresa agganciano una sua coetanea, Melanie (Gina Rodriguez, brava pure lei), e la trovano così simpatica da proporle di far parte della banda, Old Dolio inizi a pensare che, forse, papà e mamma la vogliano sostituire.

Ci voleva il talento stralunato di un’artista vera come Miranda July - quella di Me and You and Everyone We Know, uno dei film più importanti del nuovo cinema indie americano nato agli inizi del Millennio - per pensare un film come questo, come Kajillionaire, e soprattutto per tenerlo insieme, e per tenerlo insieme non solo con grazia, ma con la capacità di metterci dentro scene e momenti di grande cinema (tutta una lunga sequenza ambienta in casa di un anziano moribondo, che Old Dolio e i suoi vogliono truffare con la complicità di Melanie, è sensazionale).
È un film che parla di una ragazza in cerca di amore, certo, e che alla fine lo troverà proprio lì dove temeva sarebbe venuta la sua distruzione, ma che esplora e racconta anche la solitudine, la dipendenza fisica, psicologica, emotiva, da qualcosa o qualcuno. Che mette sullo schermo quel sentimento tutto urbano e contemporaneo di smarrimento e di alienazione, e di catastrofe incombente (quei continui terremoti…), che in qualche modo tocca tutti, rendendo certe dinamiche universali.

Miranda July gioca con gli stereotipi, li ribalta come e quando meno te lo aspetti. Affronta il tema sterminato e spaventoso delle relazioni umane e familiari con una semplicità pragmatica, e una capacità di pensiero laterale, che la fanno arrivare sempre diritta al centro delle questioni e dei sentimenti, con economia di movimento e potenza di coinvolgimento.
È un film triste e malinconico mascherato da commedia strampalata, Kajillionaire. Tanto triste che almeno in un paio di occasioni le lacrime salgono agli occhi. Flirta, addirittura, con la morte, in più di un’occasione, con una nettezza, ma anche una lucidità che sono davvero straordinarie.
Ma nel nucleo di questa tristezza esistenziale diffusa, Miranda July ha nascosto una gemma luminosa fatta di vita, e di speranza. Di quella luce, in Kajillionaire Old Dolio imparerà a non aver più paura.
Il fatto che, quando uscì in Italia, questo film venne rifiutato anche da insospettabili, non è forse un caso: in piena pandemia, toccava corde troppo sensibili, forse.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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