Julieta: la recensione del film di Pedro Almodovar in concorso al Festival di Cannes 2016

17 maggio 2016
2.5 di 5
29

Sentimento che annega nell'eleganza, quello di questo nuovo mélo del regista madrileno.

Julieta: la recensione del film di Pedro Almodovar in concorso al Festival di Cannes 2016

Nei racconti di Alice Munro che ha scelto come base per costruire Julieta, Pedro Almodóvar ha trovato praticamente tutte le sue principali ossessioni: amori, legami femminili e familiari, madri, malattie, uomini quasi assenti e che, se ci sono, sono fedeli solo ai loro istinti carnali. 
In questo, e nei suoi colori saturi e nitidi, nei suoi arredi, e nei suoi abiti, Julieta è pura sostanza almodovariana, quella sostanza che drappeggia il melodramma immancabile e fondamentale.

Raccontato attraverso lunghi flashback della protagonista, che dai giorni nostri torna indietro fino a quegli anni Ottanta che l'avevano vista rimanere incinta, e diventare madre e moglie, questo nuovo film del registra madrileno è tutto basato sul dolore di una donna che non si rassegna ad aver perso una figlia sparita di casa da 13 anni e mai più fattasi viva. E, ancora più in profondità, si regge su un'ossatura ancora una volta squisitamente alla Almodóvar, dove questa volta si affrontano gli abissi della colpa: la colpa provata dalla protagonista e legata alla morte di due uomini, e, indirettamente, anche alla fuga della figlia.

Sotto però questa anatomia narrativa, oltre i piani di lettura (tutti comunque abbastanza espliciti) sotto il consueto abito fatto di tinte sgargianti e morbidi movimenti di macchina accompagnati dalle musiche di Alberto Iglesias, a Julieta sembra mancare un po' di sangue, e forse anche le lacrime.
Almodóvar ha talmente subimato e standardizzato il suo stile da sembrare oramai un regista che provece col pilota automatico, che lo ha talmente stilizzato e codificato da scivolare a tratti nella messa in scena da telenovela, sebbene di confezione extralusso.

Se le passioni umane che racconta sono quelle impetuose legate alla perdita e alla colpa, il potenziale emotivo della storia sembra implodere sotto la precisa codifica della forma, messe sotto sordina dall'ossessione feticista per il dettaglio e l'eleganza. Il tumulto rimane sempre laterale, è sempre filtrato, come quel mare in tempesta chiaramente metaforico che è la causa della colpa di Julieta e che si vede sempre dietro un vetro, o che non si vede affatto.
Una scelta, ovviamente voluta, in sottrazione: che lascia perplesso chi come me non è grande fan del regista madrileno, ma che gli almodovariani doc, comunque, non mancheranno di apprezzare.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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