John Mcenroe - L'Impero della Perfezione Recensione

Titolo originale: L'empire de la perfection

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Il sublime genio di John McEnroe illumina la Berlinale: ecco L'empire de la perfection

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Il sublime genio di John McEnroe illumina la Berlinale: ecco L'empire de la perfection

C’è un signore che si chiama Gil de Kermadec, e che negli anni Sessanta aveva iniziato a realizzare film didattici sul tennis per conto della Federazione francese. Erano opere che a vederle oggi fanno un po’ ridere, e che risentivano della rigidità dei movimenti da mostrare tanto quanto di quella di un tipo di cinema che non permetteva svolazzi o libertà.
Di questo si rese presto conto anche lo stesso de Kermadec che iniziò, un po’ per la federazione e un po’ per se, a filmare il gioco in maniera diversa, piazzando vari operatori armati di 16mm a 120 fotogrammi al secondo - per permettere il ralenti - sui campi del Roland Garros, incaricati di riprendere uno e un solo giocatore al fine di studiarne i movimenti e lo stile di gioco. Uno dei soggetti di questi film è stato forse il più grande genio che abbia mai calcato i campi, e cioè John McEnroe.
Julien Faraut, che come de Karmedec non è tanto uno sportivo prestato al cinema ma un regista prestato allo sport, si è imbattuto nel lavoro di quel suo predecessore e ne ha fatto un film affascinante e sorprendente, che parte come una riflessione sul cinema, prosegue sviluppando - anche grazie alle parole di Serge Daney, che negli anni Ottanta scrisse di tennis su Liberatio, e di Jean-Luc Godard - un parallelo tra cinema e tennis, e poi si tramuta in una sorta di corrispettivo di quel film bellissimo che, qualche anno fa, Douglas Gordon e Philippe Parreno dedicarono a Zidane.

Quello, però, era muto, e con una spettacolare colonna sonora firmata dai Mogwai; questo - che pure ha una colonna sonora niente male di Serge Teyssot Gay - è narrato da Mathieu Amalric, e contiene riflessioni sul tennis e testimonianze su McEnroe a opera di vari personaggi, mentre al centro dello schermo c’è sempre lui, e il suo gioco incredibile
Tutto, qui, culmina col racconto della finale degli Open di Francia del 1984, la stagione in cui il Mac sembrava imbattibile (vinse il 96,47% delle partite), la finale contro Ivan Lendl che sembrava avere in pugno e che gettò via.
Perché il tennis è uno sport che quando vinci o quando perdi lo fai sempre da solo, perché lo hai deciso tu, perché il giocatore è il regista di sé stesso e della sua partita: e questo film così concentrato su uno solo dei due contendenti lo dimostra in maniera esemplare. E poi perché - anche se sei McEnroe, quel McEnroe fatato lì - la perfezione non è di questo mondo.

In una Berlinale che fino a questo momento fatica a regalare soddisfazioni, ecco allora che L’empire de la perfection arriva come un momento magico, come un attimo di grazia: perché certo bello il cinema eh, ma anche lo sport mica scherza: “Il cinema può mentire, lo sport no,” dice Godard. E quando le cose s'incontrano, e lo fanno come si deve, allora è proprio una goduria.
Come in L'empire de la perfection, che è un film sul tennis - che è lo sport più cinematografico del mondo, e ora sappiamo che anche Serge Daney era d’accordo - e sul cinema, ma soprattutto su John McEnroe, che se c'è un mito sportivo per me è lui, con le sue volée smorzate, con le palle corte tirate con arrogante noncuranza, con le esplosioni di rabbia diventate leggendarie. Con una bellezza assoluta,sublime e struggente del gesto e dell'intenzione che oggi, sui campi da gioco, mica la vedi più, e spesso nemmeno al cinema.



Federico Gironi
  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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