Jesus Rolls: la recensione del film di John Turturro con Jesus Quintana

16 ottobre 2019
2.5 di 5
3

L'atteso spin-off è in realtà un bizzarro innesto del personaggio sulla trama del libro e del film di Bertrand Blier I santissimi. Tanto sesso ma niente droga né rock'n'roll.

Jesus Rolls: la recensione del film di John Turturro con Jesus Quintana

Deve essere davvero fantastico il mondo di John Turturro, in cui convivono senza problemi carnalità e grasse risate, eleganza e volgarità, studi di storia e filosofia, letture approfondite di Umberto Eco e la conoscenza di libri e film ormai introvabili degli anni Settanta come Les Valseuses di Bertrand Blier, che da noi venne intitolato (chissà perché) I santissimi e si beccò un divieto ai minori di 18 anni per la sua disinibita visione di una (quasi) pansessualità all'epoca ancora ignota ai più. Per Turturro attore e regista, la farsa è una cifra stilistica già adottata nel cinema che ha diretto e anche in molti dei suoi personaggi, la cui caratterizzazione li ha resi indimenticabili in quanto proprio fuori dalla norma, incongrui e interessanti anche nel film più serio. L'apparizione di John Turturro in un film calamita immediatamente l'attenzione.

Tra tutte le sue interpretazioni, quella entrata come una lama nella memoria emotiva degli spettatori è sicuramente Jesus Quintana, che è una sua invenzione teatrale di trent'anni fa, “rubata” dai Coen per il loro film e a lui restituita per il suo sesto lungometraggio, Jesus Rolls, che non è lo spin-off che tutti si aspettavano ma mostra un altro lato, molto europeo, di un personaggio che è un crogiolo di razze, di sesso e di culture. Si capisce subito, vedendo il film, la sua natura di opera totalmente indipendente, in cui un budget ristretto da probabilmente costretto a scelte un po' frettolose sia nella narrazione che in alcune inquadrature (sfidiamo chiunque a riconoscere Jon Hamm), ma mentre lo si guarda, anche se non se ne conosce l'origine, risulta evidente dalla musica, dai luoghi molto poco caratterizzati e dalla stessa messa in scena, il suo essere in realtà un film europeo di difficile classificazione.

Ci fa piacere che Turturro sia un gaudente e (ri)porti il sesso in primo piano in un periodo in cui il cinema è più che casto, perché l'imbarazzo che lo spettatore può provare di fronte a certe scene è quello da cui lui e i suoi complici sono totalmente liberi. L'attore puro è per sua natura narcisista e impudico e ama mettersi in mostra, soprattutto se è capace di abbracciare senza remore la sua vocazione. Nel film il sesso diventa strumento di condivisione, se ne parla e lo si fa, bene o male, senza dargli quell'importanza che ha quando è rimosso, ma come ne parla e lo fa la gente senza sovrastrutture mentali. Una rappresentazione che, venendo da un attore intellettuale, colpisce, ma che risale a ben vedere alle commedie di Plauto e Aristofane. Dopo l'iniziale fastidio (accentuato dal solito doppiaggio finto latino-americano), continuiamo a seguire le scombinate vicende di questo trio di misfits che si perde e si ritrova, passa da un'auto rubata all'altra e fa un paio di incontri significativi (con una meravigliosa lezione di recitazione dall'immarcescibile Susan Sarandon), anche se sappiamo che il loro viaggio non porterà in nessun posto e che potrebbe andare avanti all'infinito.

Il problema, però, è che non scatta mai la voglia di divertirsi e ridere coi protagonisti, non siamo coinvolti nella loro fuga on the road alla ricerca della libertà, e pur considerando John Turturro e Bobby Cannavale due doni al cinema mondiale (se non all'umanità tout court), Audrey Tautou finisce per provocarci una irritazione quasi cutanea con la sua performance di oca giuliva, prostituta e ingenua, completamente sopra le righe. Più che Don Chisciotte e Sancho Panza, citati da Turturro, i due protagonisti ricordano a volte quelli di Scemo + scemo. Il mentore è Quintana, ma al suo posto avrebbe potuto esserci un altro personaggio, e solo nella fantastica mente dell'autore questi due mondi potevano incontrarsi. Probabilmente la voglia di cimentarsi con una storia che ha opzionato da molto tempo e renderla più appetibile commercialmente ha influito sulla decisione di questo bizzarro sposalizio.

Se è vero, come ci ha detto lui stesso nell'intervista, che ha chiesto anche consiglio ai fratelli Coen sul fatto che questo fosse il film giusto per riportare in azione il campione di bowling con la retina in testa e la tutina viola, e loro gli hanno detto di sì, è anche vero che forse (e sottolineiamo forse) una storia originale con un po' più di sostanza avrebbe giovato al personaggio e agli interpreti. Ma John Turturro è così, prendere o lasciare. Spiazzante e inclassificabile, sorprendente e deludente che sia, questo magnifico attore e soave ballerino, che noi abbiamo sempre preferito al regista, ha messo al centro di questa impresa il proprio divertimento. E pure questo, per chi se lo può permettere, è un lusso oggi sempre più raro.



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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