Italiano medio: la recensione del primo film di Maccio Capatonda

28 gennaio 2015
3.5 di 5
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Dietro la demenzialità a tratti sublime, emergono intelligenza e solida tecnica narrativa.

Italiano medio: la recensione del primo film di Maccio Capatonda

E sorprendentemente (ma nemmeno troppo in fin dei conti) è da Maccio Capatonda che arriva la commedia italiana più attuale e meno banale, da molto tempo a questa parte. A cominciare dal titolo che ironicamente celebra l’essenza degli italiani, virtuosa e difettosa allo stesso tempo ma ostentata con orgoglio, quella medietà in cui il cinema italiano ha affondato le mani nobilitandola con le regie di Monicelli, Comencini, Risi, con le incarnazioni di Totò, Sordi, Villaggio, Verdone, fino alle caricature dei film di Natale con Boldi e De Sica. Oggi non è così scontato descrivere l’italiano medio, perché anche lui non è più quello di una volta e non è detto che stesse meglio quando stava peggio.

Maccio Capatonda mette a frutto una delle virtù del nostro essere che, dunque, appartiene anche a lui: la furbizia. Per raccontare l’Italiano medio del film prende due personaggi estremi, o meglio, le estremità di un singolo personaggio. Da una parte abbiamo Giulio Verme, ambientalista vegano oltremodo impegnato nel rispetto reciproco e, pertanto, perennemente frustrato. Laureato col massimo dei voti, lavora in un centro di smistamento rifiuti, lui che "voleva fare la differenza, ma si è trovato a fare la differenziata". Dall’altra parte abbiamo Giulio Verme quando assume la pillola che gli riduce al 2% le facoltà cerebrali, diventando un corpo in movimento che deve nutrirsi di donne, cibo, videogame e futilità varie. La matematica fa il resto: Verme 1 + Verme 2 = Italiano medio. Il compromesso assume toni lirici nel finale decretando che in Italia tenere il piede in due staffe è maledettamente comodo. In mezzo, il film è spietato a livello satirico contro qualunque categoria ritratta: ecologisti, menefreghisti, imprenditori avidi, calciatori, giornalisti, ribelli sociali e stupidi in generale. L’apice è toccato con Master Vip, parodia dei talent show in cui ad essere portato in trionfo è il poveraccio in grado di elevarsi al rango di un Vip superando test moralmente riprovevoli.

Non fa alcun compromesso invece il film inserendosi nel flusso della produzione di commedie. Italiano medio guarda soltanto a se stesso e alla comicità demenziale che ha reso Maccio Capatonda, Ivo Avido, Herbert Ballerina e gli altri collaboratori, un apprezzato e seguito gruppo di attori e filmmaker. Ogni dubbio sulla resistenza al lungometraggio, per loro che hanno dimostrato grande creatività sulla breve e media lunghezza, è fugato da una sceneggiatura tra le più solide in questo genere cinematografico degli ultimi anni. Dietro il nonsense e le rappresentazioni farsesche, emerge un arco narrativo che traghetta Giulio Verme dal passato (introduzione) al presente (sviluppo) fino al futuro prossimo (conclusione) dove il personaggio arriva a sciogliere i nodi dell’intreccio. Un film non per tutti avendo, al di là delle gag, un’intelligenza di fondo.



  • Giornalista cinematografico
  • Copywriter e autore di format TV/Web
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