Io sto con la sposa - la recensione del documentario

08 ottobre 2014
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Un film e un viaggio della speranza contro le politiche razziste e ipocrite sull'emigrazione.

Io sto con la sposa - la recensione del documentario

Arrivano dalla Siria, dall’Egitto, dalla Palestina, da tutti i paesi del mondo in cui la guerra e il terrore impediscono la possibilità di una vita normale. Pagano per lasciare i luoghi dove sono nati e dove vivono i loro cari e costruirsi un altrove migliore e lo fanno accettando la possibilità di morire nel viaggio. Sono le anime di un esercito invisibile di cui ci accorgiamo solo in occasione delle grandi tragedie del mare e di cui i governi europei – che a parole professano compassione – si rimpallano le responsabilità. La maggior parte di questi uomini in fuga considera l’Italia, bella ma disastrata, solo un paese di transito da attraversare in fretta prima di partire da Milano verso il Nord Europa, col miraggio di arrivare in Svezia, paese che riconosce il loro status di rifugiati politici e li accoglie.

Il problema, per quelli che riescono a sfuggire tra le maglie costrittive e le umiliazioni dei centri di accoglienza, trasformati in carceri sovraffollati, è attraversare le frontiere, per arrivare dove c’è qualcuno disposto ad ascoltarne le ragioni. Fa comodo ai governi che le classi più colpite dalla crisi si scelgano un capro espiatorio su cui sfogare la loro paura per la mancanza di lavoro e di futuro. Per questo, e da sempre, l’immigrato è il nemico da deridere, da guardar male o da aggredire, assimilato nel pensiero collettivo ai delinquenti che - come ne esistono in qualsiasi comunità umana – hanno anche la sua nazionalità. E’ successo all’emigrazione italiana fino a 50 anni fa di essere vittima di razzismo ed emarginazione, è successo a milioni di ebrei di vedersi chiudere le porte verso la salvezza e spalancarsi quelle dei forni crematori, continua a succedere oggi nell’indifferenza o nel fastidio generale.

Antonio Augugliaro, Khaled Soliman Al Nassiry e Gabriele Del Grande, giornalista in zone di guerra, non sono così: conoscono di prima mano la sofferenza, la paura, i desideri di queste persone a cui troppo spesso appiccichiamo un cartellino di comodo: clandestino, illegale, criminale. Non sono indifferenti ai genocidi, alle stragi che hanno fatto del Mediterraneo una immensa fossa comune, all’odioso nuovo traffico di schiavi, organizzato da negrieri senza scrupoli, che vendono a caro prezzo il passaporto per la felicità per poi abbandonare i disperati clienti in mezzo ai monti, se non li buttano in mare ancor prima di aver toccato la terra promessa.

In tutto questo l’Europa discute, si arrabbia, legifera, ma non coordina gli sforzi per riuscire ad affrontare un fenomeno arrivato ai livelli di guardia, se non in modo repressivo e indiscriminato. Gli autori di Io sto con la sposa, dicevamo, non chiudono gli occhi di fronte al dolore e alla potenziale ricchezza umana di queste persone, ma decidono di dare una mano concreta, compiendo una vera e propria azione illegale, a un gruppo di profughi siriani, egiziani e palestinesi. Si sostituiscono ai contrabbandieri, si camuffano da corteo nuziale dietro a due sposi per non dare troppo nell’occhio, e in 4 giorni attraversano 5 stati valicando a piedi vecchi confini, proseguendo in macchina e in treno, seguendo le vie meno battute per arrivare il prima possibile a destinazione. Il bisogno non può piegarsi ai tempi del cinema, sarà dunque il cinema a farlo.

Nel mare di film e documentari che parlano della tragedia dell’emigrazione, Io sto con la sposa è una voce ottimista, un frammento di realtà in cui si arriva alla meta in apparenza senza sforzo eccessivo, guidati dall’entusiasmo per un’impresa folle. Qualcuno ha scritto che “non succede niente”, quasi deluso dall’assenza di tragedie (che ci sono eccome nelle voci dei protagonisti) e che per questo il film sarebbe più adatto alla televisione che alla sala cinematografica. Ma il documentario, per quanto spurio possa essere, per sua natura registra quello che accade: in un film di fiction come il bellissimo - e purtroppo poco visto - La gabbia dorata il cammino dei ragazzi verso l'America del Nord è costellato di vere tragedie ricreate ad arte per il cinema.

Io sto con la sposa è quello che è: a volte la vita ci sorprende e tutto fila liscio senza eccessivi patemi. Ma nei quattro giorni di questo viaggio abbiamo avuto modo di scoprire l’esistenza di un mondo diverso, solidale e generoso, che ci ha un po' ricordato l'Ultima Casa Accogliente del "Signore degli Anelli". Forse il mondo in cui viviamo è sempre più simile a Mordor, ma non per questo dobbiamo rassegnarci al Male e smettere di aiutare gli altri. Per qualcuno dei tantissimi in cerca di una vita degna di chiamarsi tale, lontana da morte e terrore, forse l’approdo in Svezia sarà solo un miraggio destinato a dissolversi all’alba di fronte alla cruda realtà delle cose, ma a nessun essere umano può essere tolto il diritto di sognare. Ed è questo che Io sto con la sposa ribadisce con forza.

 



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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