Io e te - la recensione del film di Bernardo Bertolucci

22 ottobre 2012
3.5 di 5

Bertolucci prende il romanzo breve di Niccolò Ammaniti e lo plasma, lo modella allo scopo di assecondare una poetica intimista che è conseguenza ed evoluzione di quella che ha caratterizzato diverse stagioni del suo cinema.

Io e te - la recensione del film di Bernardo Bertolucci

Tra The Dreamers e Io e te passano quasi dieci anni.
Dieci anni e una brutta storia che ha costretto Bernardo Bertolucci alla sedia a rotelle, a tanta inattività, ma non alla stasi o alla pigrizia mentale. Dieci anni, anzi, che a guardare i film sono passati con un battito di ciglia cinematografico che è, anche, cambio di prospettiva e di focale.

Bertolucci prende il romanzo breve di Niccolò Ammaniti e lo plasma, lo modella allo scopo di assecondare una poetica intimista che è conseguenza ed evoluzione di quella che ha caratterizzato diverse stagioni del suo cinema, e soprattutto quella che tocca l’arco di tempo che va da Io ballo da sola a oggi.

Se però l’autoreclusione dei sognatori del 2003, il loro percorso di scoperta interiore e fisica, la loro dinamica di liberazione era costantemente segnata da tensioni erotiche (interne) e politiche (esterne), il processo analogo che in Io e te vede coinvolti il problematico Lorenzo e la sorellastra tossicodipendente Olivia vive della somma algebrica di due autonomie, due solitudini che non possono fare altro che sfiorarsi fuggevolmente, e con imbarazzo carico di sentimento e passione.
Non c’è un mondo esterno (politico, scolastico, comunque adulto) o una passione interiore ai quali fare riferimento, in Io e te: il resto del mondo è terreno ignoto, inesplorato, da affrontare senza bussola, senza mappa, armati solo del coraggio e dalla forza della vita che l’età giovanile non riesce, nemmeno volendo, a trattenere.

Bertolucci, quella forza e quel coraggio fragile, li sa raccontare con la leggerezza e la profondità di un animo sensibile e indomito, capace di adeguarsi ai tempi, di leggerli e rappresentarli nelle loro contraddizioni, e di rappresentarli senza presunzioni idologiche o paternalistiche.
Ne coglie l’energia e la delicatezza e non gli si pone mai “sopra”, amadole incondizionatamente: magari girando a vuoto, o peccando di quelle stesse ingenuità che rappresenta, ma sempre capace di scartare improvvisamente e di sorprendere. Di commuovere, come nel finale in cui i mondi complessi e solitari di Lorenzo e Olivia si sfiorano nell’attimo intimo di un ballo che non poteva che avvenire, grazie alle capacità del regista, sulle note di “Ragazzo solo, ragazza sola”. Perché, come recita il resto con cui Mogol tradiva completamente quello della “Space Oddity” originale, quelle due solitudini sono destinate solo ad incrociarsi, ad offrirsi momentanemente un aiuto per poi lasciarsi nuovamente e affrontare, soli, l’ignoto della vita.

Ma, a differenza di quanto avveniva in The Dreamers, nel finale di Io e te è la speranza a lasciare il passo all’amarezza, e non il contrario.
Perché, come poche altre anime curiose, libere e sensibili, anche Bernardo Bertolucci ha capito che oggi solo dalla libertà da dogmi e legami di ogni tipo, pur nella consapevolezza della loro eredità, è possibile affrontare il futuro con un sorriso sincero e sfrontato stampato in volto.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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