Io e Lulù, quando un cane ti insegna a vivere: la recensione del film interpretato e co-diretto da Channing Tatum

12 maggio 2022
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Io e Lulù è il debutto nella regia, assieme a Reid Carolin, dell'attore Channing Tatum, omaggio alla potenza salvifica dei nostri amici a quattro zampe, attraverso la storia di un cane addestrato per la guerra. La recensione di Daniela Catelli.

Io e Lulù, quando un cane ti insegna a vivere: la recensione del film interpretato e co-diretto da Channing Tatum

Secondo la tradizione, dalla notte dei tempi, il cane è il miglior amico dell'uomo. Ne sanno qualcosa gli scrittori, come John Steinbeck, che in compagnia del barboncino Charley scrisse un vero e proprio diario di viaggio on the road alla scoperta dell'America, ma anche Gertrude Stein, o Stephen King col suo corgi Marlowe e moltissimi altri, ritratti in compagnia dei loro fedeli compagni non umani. Ovviamente l'animale più fedele al mondo, addestrato anche per le necessità umane (dai cani da valanga San Bernardo a quelli in forza ai nuclei antidroga) ha affascinato da sempre anche il cinema, diventando protagonista di diverse pellicole ispirate a storia vere (come Hachiko) o inventate. Per la sua prima (co)regia, Channing Tatum ha scelto di raccontare la storia di uno di loro, un pastore belga Malinois: il cane dell'attore non era della stessa razza (era un Catahoula Leopard, una variante di pitbull), ma la sua perdita nel 2018 lo ha devastato. Anche lei si chiamava Lulù, come quella del film (che il protagonista chiama per la maggior parte del tempo “Dog”, da cui il titolo originale) e interpretarlo e dirigerlo, assieme a Reid Carolin, è stato anche il suo modo per rendergli omaggio per il tempo che ha trascorso con la sua famiglia umana e l'affetto che le ha donato.

Quello che fa riflettere vedendo Io e Lulù è una cosa a cui non avevamo mai pensato: sapevamo di cani utilizzati come scrivevamo sopra, addestrati per trovare persone ancora in vita sotto le macerie di un terremoto o per seguire le tracce di individui scomparsi, vivi o morti. Col loro fiuto sono preziosissimi in molte indagini. Ma se i nazisti li utilizzavano nei lager per terrorizzare e uccidere le loro vittime, oggi molti di questi bellissimi e intelligenti animali vengono mandati in zone di guerra. Una crudeltà enorme, non solo perché l'utilizzo che ne viene fatto è simile a quello dei campi di concentramento (in una scena del film Lulù si lancia addosso ad un uomo vestito "da arabo"), ma perché vengono esposti continuamente al fragore degli spari e delle mine, quando non dei bombardamenti, un'esperienza che li lascia, al pari degli umani, con uno shock post-traumatico per cui non si scomodano psicoterapeuti, ma che nel loro caso, quando diventano di fatto inutilizzabili, si traduce con la condanna a morte. Il messaggio positivo di Io e Lulù è  l'amicizia salvifica che si stabilisce tra due individui di specie diverse ma entrambi danneggiati: lui, Briggs, ranger dell'esercito, smania per tornare in missione, l'unica vita che conosce, ma porta su di sé i segni dello shock e non viene ritenuto abile al combattimento. Lei, Lulù, è il cane del tenente Rodriguez, una leggenda nel suo plotone - che probabilmente si è tolto la vita - e al cui funerale, se proprio vuole avere una chance di tornare in azione, Briggs dovrà portarla.

A bordo di una Ford Bronco con un cane ritenuto ingestibile,  l'uomo parte da Washington per arrivare a Nogales, in Arizona, iniziando una tipica storia on the road che per l'uomo significa una ripartenza e per il cane la soppressione dopo quest'ultima missione. La sincerità delle intenzioni e la bravura di Channing Tatum (ogni volta che lo vediamo ci stupiamo di come un uomo con una fisicità tanto impressionante possa essere anche un ottimo ballerino) e del suo compagno canino non bastano però a reggere una sceneggiatura che a tratti sfiora la retorica e che si oscilla tra commedia e dramma senza centrare pienamente nessuno dei due toni. Le cose accadono un po' meccanicamente e se è divertente la descrizione degli abitanti hippy e new age che Briggs incontra strada facendo, è tutto troppo episodico per rimanere veramente impresso. Il grosso dell'”azione” è il suo continuo monologare con l'animale, attraverso il quale arriva a conoscersi e a prendere coscienza dei suoi errori. Anche se non memorabile, Io e Lulù è ad ogni modo diverso dai soliti film sul nostro amico a quattro zampe, che piacerà a chi già li conosce e li apprezza e farà riflettere i più sensibili sul rapporto tra uomini e animali che purtroppo non sempre è alla pari, come dovrebbe essere, e tende spesso allo sfruttamento di queste creature a fini tutt'altro che nobili, anche se, come avviene nel film col precedente padrone di Lulù e con Briggs, sono proprio loro a insegnarci il valore della compassione e dell'empatia.



  • Saggista traduttrice e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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