Io e Lei: recensione della commedia sentimentale gay con Margherita Buy e Sabrina Ferilli

29 settembre 2015
2.5 di 5
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Una storia d'amore normale e come tutte le altre. Nel bene e nel male.

Io e Lei: recensione della commedia sentimentale gay con Margherita Buy e Sabrina Ferilli

Oramai, cosa sia Io e lei lo sapete tutti.
È il film nel quale Margherita Buy e Sabrina Ferilli interpretano una normale coppia omosessuale (anche se non ho capito bene chi sia “io” e chi “lei”). È il film che Maria Sole Tognazzi ha voluto girare per lavorare con queste due amiche e per raccontare una normale storia d’amore, per parlare di omosessualità per analogie e non per differenze, per mostrare senza scandalizzare.
È insomma il film che, dichiaratamente, senza nascondersi dietro un dito, vuole borghesizzare l’omosessualità rendendola presentabile e commestibile anche per quelle generazioni che, anagraficamente, possono avere oggi più difficoltà di altre a riconoscere l’ovvietà mascherata dietro a questi concetti di normalità e uguaglianza.

Operazione legittima, volendo anche meritevole; anche se è ovvio che, come in ogni operazione di normalizzazione e omogeneizzazione di un tema o di un’idea, dell’omosessualità in Io e lei si perdono le istanze più personali e identitarie, quelle spinte energetiche e polemiche che possono nascere da qualcosa che, magari anche sottilmente, inquieti e destabilizzi, mini certezze. Certo, il cinema non è necessariamente politica; e comunque lo spirito “riformista” del film, il suo non voler spaventare ma al contrario accogliere lo spettatore dandogli qualcosa di morbido che gli sia familiare, è magari utile.
Quello che invece si fa più fatica a capire è perché, invece, l’elemento omosessuale sia sembrato valido in termini di differenza e personalità del film tanto da trascurarne l’identità cinematografica.

Anche in questo caso, regista e sceneggiatori hanno insistito sulla loro intenzione di fare un film “uguale a molti altri”, con però una coppia gay al posto di quella etero di tante commedie romantiche. Ma questo accento sulla differenza stona allora con la questione della normalizzazione.
Insomma: perché, volendo raccontare una storia che mostri l’assoluta omogeneità al nostro mondo di una coppia gay, si è voluto rinunciare alla magica complessità del cinema, omogeneizzando anch’essa? Diciamo la verità: se al centro della sua narrazione avessimo trovato una coppia etero, Io e lei sarebbe stato di una banalità colossale. E allora, un po’ di originalità in più sarebbe stata apprezzata: provocare col cinema, e non col sesso, che bella trovata sarebbe stata.

Certo, poi nel film di Maria Sole Tognazzi funzionano bene le parti in cui emerge l’aria ruspante e spiccia di Sabrina Ferilli e della sua famiglia, molto più dei patinati contesti borghesi riservati alla Buy e fatti di studi d’architettura, bistrot biologici, case a due piani con terrazze e filippini. Funzionano perché fanno irrompere dentro al film una vita più reale e capace soprattutto di mettere da pare (seppur poco, seppur per poco) le ansie di correttezza politica di tutto ciò che le circonda.
E funziona anche, sebbene tirato troppo per le lunghe, e troppo pateticamente, il patema identitario di una Buy che deve ancora accettare del tutto la sua relazione, perché capace di un discreto equilibrio tra specifico gay e universalità sentimentale.

L’impressione generale, però, è quella dell’occasione perduta.
L’occasione di gettare nell’agone del cinema e in quello della politica la possibilità di parlare di omosessualità senza accesi strappi militanti e rivoluzionari, ma senza nemmeno addomesticare tutto e tutti, forma e contenuto, per non traumatizzare le anime sensibili.
E non basta, e non graffia, il finalino in salsa pansessuale in cui i due (ex) uomini della Buy parlano tra loro con un’inconfondibile confidenza omoerotica.




 



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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