Indovina chi viene a Natale? - la recensione del film di Fausto Brizzi

09 dicembre 2013
2.5 di 5

Non è certo un bagno di originalità questa commedia. Cambiano attori e situazioni, ma è il solito cenone di Natale tra parenti stretti e acquisiti che si odiano e si amano

Indovina chi viene a Natale? - la recensione del film di Fausto Brizzi

Il nuovo film di Fausto Brizzi porge entrambe le guance. Indovina chi viene a Natale? non tradisce il profilo che altre commedie arrivate negli anni passati hanno tracciato assecondando i presunti gusti del pubblico. C’è un cast corale di attori molto conosciuti che recitano un po’ sopra le righe, sono tutti protagonisti di situazioni farsesche ed insieme festeggiano tra gli accordi e disaccordi di  una grande famiglia allargata. Con il Natale il film di Brizzi ha una cosa da spartire, entrambi possono essere accolti con immensa gioia oppure con grande fastidio. Le due facce di Indovina chi viene a Natale? sono opposte e possono rappresentare quelle di una moneta.

Testa. Il cinema in generale è un grande disimpegno e questo genere di commedia italiana aiuta a staccare la spina. Strappa un soddisfacente quantitativo di risate grazie a battute e gag che ricordano sketch televisivi. Vedere Bisio, Abatantuono, Gerini e Finocchiaro, qualunque cosa facciano, è sempre un piacere perché la familiarità è tale che è come se fossero lontani cugini ai quali si vuole bene incondizionatamente. Un film al cinema non deve necessariamente essere un’esperienza memorabile e il fatto che questa non lo sia, non è affatto un motivo di dolore. Alla domanda di un amico “com’è?”, la risposta giunge spontanea e genuina: “Carino… (pausa) …sì, ci siamo fatti quattro risate”. Questi commenti arriverebbero ad un numero tale (anche di incasso) da incoraggiare la realizzazione di un altro film con lo stesso profilo.

Croce. Il cinema è una passione, a volte si partecipa con impegno a volte è uno svago. Ma la cosa fondamentale è sentirsi raccontare una storia. Indovina chi viene a Natale? trascura questo aspetto scegliendo una staffetta di situazioni tra le coppie, ognuna col proprio dilemma da risolvere. La trovata “originale” di dare a Raoul Bova un personaggio privo di braccia non può compensare i contesti già visti e rivisti in cui si muovono gli altri personaggi. Il product placement, per quanto salutare al cinema e alla produzione di nuovi film, è inserito qui in modo vistosamente ingombrante (il marchio di un panificio compare nella stessa inquadratura sull’insegna del negozio, sul grembiule del fornaio e sull’incarto del pane, stesso discorso per un’azienda che produce panettoni). Sarebbe meno molesto se spuntasse in basso a sinistra, con tanto di scampanellio, un banner per cinque secondi. E poi gli attori stessi, francamente, meritano qualcosa di più. Così come il pubblico che quella moneta la usa per pagare il biglietto.

 



  • Giornalista cinematografico
  • Copywriter e autore di format TV/Web
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