Indizi di felicità: recensione del documentario di Walter Veltroni

12 maggio 2017
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Al suo terzo film, l’ex politico si interroga su uno stato emotivo che nei nostril tempi cupi sembra irragiungibile.

Indizi di felicità: recensione del documentario di Walter Veltroni

"Mi ricordo che una mattina mi sono svegliata e ho pensato: ecco questo è il preludio della felicità, solo l’inizio. Non mi ha sfiorato il pensiero che non fosse il preludio, ma la felicità stessa".
"La felicità è reale solo se viene condivisa".
"La felicità è essere contenti di ciò che si è".
Ecco tre belle definizioni tutt’altro che dogmatiche e filosofiche del concetto di felicità. La prima, che forse è la più commovente, arriva dalla Clarissa di The Hours, la seconda è di Christopher McCandle (personaggio realmente esistito raccontato da Sean Penn in Into The Wild), mentre la terza - forse già sentita ma più autentica perché non sostenuta dalla finizione letteraria o cinematografica né dal mito di un outsider - viene da una delle tante meravigliose persone comuni che Walter Veltroni ha intervistato in Indizi di felicità, documentario che ricorda il precedente I bambini sanno, di cui replica la struttura.

Proprio così: con il garbo, l’empatia, la gentilezza e l’incanto che distinguono il suo avvicinamento all’altro, l'ex politico compie ancora una volta un’indagine "dal basso" sul nostro tempo per unire i puntini di un’umanità che - nonostante il dolore di un’infanzia disgraziata, di una malattia devastante e addirittura delle torture subite in un campo di concentramento - è soddisfatta di quello che è diventata e che per lasciarsi cogliere, magari non dall'ebbrezza, ma da una confortante serenità, si accontenta di guardare il soffitto della propria camera da letto o di contemplare i rami frondosi di un pioppo.

Ecco cosa vuole dimostrare Indizi di felicità: che in tempi di passioni tristi esiste ancora qualcuno che nell’orto del proprio cuore coltiva la speranza e che in un mare tempestoso di difficoltà galleggia con un guscio di noce alla ricerca di un’isola di infinite possibilità. L'essere umano è un lottatore insomma, e, anche se il messaggio non è nuovo, Veltroni fa bene a rivendicare, da documentarista e da uomo, l'urgenza di ricordarlo e di testimoniare a che punto siamo dentro ai nostri cuori.

Dispiace però che, in questo caleidoscopio di esistenze, ad essere meno rappresentate siano le disgraziate generazioni di mezzo, che non trovano lavoro e hanno ben poco di cui rallegrarsi o a cui appassionarsi. A loro, il regista sembra prediligere uomini e donne che hanno attraversato tempi di minor svuotamento ideologico e di assenza di senso, piccoli eroi che hanno avuto l’opportunità di amare per tutta la vita la stessa persona e di avere qualcosa da tramandare. Va da sé, allora, che, fra le commoventi interviste ad anziani che confessano di aver toccato il cielo con un dito nel giorno del proprio matrimonio e un montato iniziale di immagini delle tragedie recenti che hanno colpito il nostro mondo, si faccia strada una domanda: c'è davvero una speranza per i ragazzi? Per ciò che diventeranno i piccoli prodigiosi protagonisti del documentario che ha preceduto Indizi di felicità? Chissà. Forse saranno loro i protagonisti del quarto film di W.V..

Sempre a proposito de I bambini sanno, dobbiamo confessare che quell'incursione nelle camerette di tanti bambini che raccontavano il mondo attraverso i loro occhi tutt'altro che ingenui ci ha regalato qualcosa in più rispetto a Indizi di felicità, forse una riflessione più puntuale sulla nostra società, un'analisi più profonda. Anche il montaggio era più curato. Qui i tanti racconti intimi sembrano a volte assemblati alla rinfusa, perché più della forma importa il contenuto e prima vengono i personaggi, in questo caso larger than life e indimenticabili, e poi la regia.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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