Indiana Jones e il Regno del Teschio di cristallo - La recensione

23 maggio 2008
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Premessa: per motivi contingenti all'analisi del film questa recensione proporrà uno spoiler moderato, comunque non selvaggio come quello che molta stampa italiana ha fatto in maniera spesso gratuita nei giorni precedenti…

Indiana Jones e il Regno del Teschio di cristallo - La recensione

La recensione di Indiana Jones e il regno del Teschio di Cristallo

Se anche Steven Spielberg non è il più grande regista della storia del cinema americano contemporaneo, allo stesso tempo e senza dubbio può essere considerato il più importante narratore di storie rivolte all’immaginario popolare (parlare di favole, come troppi hanno fatto in passato, è abbastanza riduttivo). Tornato dopo quasi vent’anni a fare i conti con la sua “creatura” forse più leggendaria, Indiana Jones, il cineasta si trova immediatamente di fronte ad una dicotomia che riesce ad esplicitare con inaudita efficacia già nelle due sequenze iniziali di questa quarta puntata; nella prima veniamo infatti catapultati nell’universo appartenente ad Indy, quello che conosciamo meglio e che non si può non amare. Ecco quindi la più classica ed affidabile delle scene d’azione, con tanto di inseguimento, scazzottate, frusta e l’immancabile cappellaccio sgualcito. Insomma puro Indiana Jones, forse un tantino invecchiato, ma sempre perfettamente a proprio agio in un contesto iconografico e cinematografico su di lui apposta creato. Nella seconda sequenza invece l’eroe di Spielberg e Lucas si ritrova nel deserto del Nevada, dove sta per essere condotto un esperimento nucleare: vedere Indy che scruta spaesato in lontananza un fungo atomico è invece un’immagine potentissima, che catapulta quest’icona se vogliamo fino ad ora atemporale in un contesto storico angoscioso che non può appartenergli, in cui il valore della tecnologia ha in qualche modo superato quello dell’etica. Siamo nel 1957, in piena “guerra fredda”: sono cambiati i nemici, le armi, ma soprattutto ci si trova di fronte ad una società terrorizzata e frastornata.


Questo spostamento temporale e concettuale è la difficoltà maggiore con cui Spielberg si deve confrontare, e con cui probabilmente ha dovuto fare i conti tutta la schiera di sceneggiatori che negli ultimi anni si è avvicendata per riportare sul grande schermo le avventure di Henry Jones Junior – alla fine il credit dello script è andato a David Koepp, quello del soggetto a Jeff Nathanson e Lucas, ma per anni ad esempio si è dannato l’anima anche Frank Darabont sulla sceneggiatura.
Alla fine la scelta fatta per Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo è quella forse più coraggiosa ma anche più ovvia: quando si lavora con un mito, o meglio con un carattere talmente sedimentato nell’immaginario collettivo da essere diventato un “tipo fisso”, il peggiore degli errori è quello di volerlo snaturare inserendolo in situazioni e contesti che non gli appartengono. Quello che invece Spielberg e soci hanno fatto con sapienza e divertimento è stato adattare il contesto al personaggio, e non il contrario. La figura è sempre lo stessa, la sua psicologia (giustamente) basilare rimane inalterata nonostante il passare degli anni, quindi in un certo senso il suo status quo rimane inalterato (come d’altronde accade da quarant’anni a James Bond, almeno fino all’ultimo Casino Royale); lo si capisce subito, fin dal momento in cui la sua sagoma stagliata sullo sportello dell’automobile raccoglie il cappello e se lo rimette in testa.
Con Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo ci troviamo di fronte quindi ad un lungometraggio che soffre senza dubbio di alcune lungaggini dovute soprattutto ad uno script sovraccarico – l’indecisione e la presenza di tutte le penne sopra citate non poteva non farsi sentire, vista anche la difficoltà della sua realizzazione -, ma che alla fine risulta coerente col progetto di cinema che Spielberg aveva iniziato ne I predatori dell’arca perduta, e portato avanti soprattutto con Indiana Jones e l’ultima crociata. Questa quarta pellicola non è stata realizzata alla stessa maniera dei precedenti, ma è stata ideata alla stessa maniera dei precedenti. Il risultato è quindi un momento di cinema forse vagamente retrò rispetto agli standard estetici e iconografici a cui siamo abituati oggi, ma senza dubbio coerentissimo e, per chi come noi si confessa modestamente cinefilo, a tratti davvero entusiasmante. Nel film ci sono infatti almeno quattro sequenze in cui Spielberg scioglie nuovamente la sua grande vena spettacolare, ed organizza l’azione secondo dei codici visivi “classici” che rapiscono lo spettatore: a muoversi come perdine prezioso nello scacchiere organizzato dal regista un Harrison Ford ancora capace di risultare il simpatico guascone di un tempo, coadiuvato dall’altrettanto simpatico Shia LaBeouf e soprattutto da una Cate Blanchett che toglie a tutti la scena, e che dimostra sullo schermo quanto deve essersi divertita a girare questo prodotto. Unica pecca imputabile alla confezione è la fotografia di Janusz Kaminski, eccessivamente cupa e “polverosa” – un suo marchio di fabbrica ormai abusato? - , probabilmente non adatta ad impreziosire il grande lavoro fatto sulle scenografie e sui setting volutamente old-style.


Quella parte della critica che ha storto il naso di fronte ad un Indiana Jones non “aggiornato” ai canoni del cinema contemporaneo ha completamente scentrato il bersaglio; l’importanza di Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo sta proprio nel rimanere fedele ad un’idea di cinema che lo ha reso un’icona in qualche modo fuori dal tempo. Anche se costretto a lavorare su un testo farraginoso e molto prolisso, Spielberg ha composto uno spettacolo a tratti sontuoso, che resuscita uno dei personaggi più importanti della storia del cinema e lo fa proprio attraverso quelle coordinate che lo hanno reso tale. Citazionista fino all’eccesso – si parte con l’omaggio a Lucas e ad American Graffiti, ma la citazione più commovente è quella di John Hurt che stringe al petto il teschio di cristallo, la cui fisionomia è molto simile a quella del mostriciattolo che proprio il petto gli ha squarciato quasi trent’anni fa in un altro cult assoluto…- questo quarto episodio conferma la necessità di guardare al cinema del passato non soltanto per omaggiarlo, ma come possibile riferimento per ricomporre una “comune lingua cinematografica” che sembra essersi ormai persa nel marasma odierno. A suo modo Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo prova a fare proprio questo, e tutto sommato riesce ad ottenere il risultato cercato.



  • Critico cinematografico
  • Corrispondente dagli Stati Uniti
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