La recensione di In the name of the King, il fantasy firmato Uwe Boll

02 marzo 2009

Il "peggior regista del mondo" (ma non è vero...) decide di reinterpretare il fantasy cinematografico di Peter Jackson a modo suo. A dargli man forte un cast composto da nomi di insospettabile spessore. A suo modo un film se non imperdibile, tanto spontaneo e ingenuo da far tenerezza. E meglio - e più divertente - dei tanti Eragorn arr...

La recensione di In the name of the King, il fantasy firmato Uwe Boll

In the name of the King - la recensione

Non si può non provare un’irrazionale simpatia, per Uwe Boll. Per uno che da anni viene definito (forse a torto) “il peggior regista del mondo”, che risponde alle critiche dei critici sfidandoli ad indossare i guantoni e a salire sul ring. Vincendo. Per uno che insulta in libertà, senza alcun pensiero di correttezza politica, colleghi come Michael Bay e Eli Roth. Se poi Uwe Boll decide di cimentarsi con il fantasy, ottiene il budget più alto della sua carriera (60 milioni di dollari) e mette assieme un cast che va da Jason Statham a Burt Reynolds, passando per Ron Perlman, Ray Liotta e Claire Forlani, la visione è quasi d’obbligo. Senza contare che ci sono i Blind Guardian in colonna sonora.

In the Name of the King mette subito le carte in tavola fin dai primissimi minuti. Boll ha visto Il Signore degli Anelli, gli è piaciuto (come dargli torto...) e ha deciso di scopiazzarne forma e contenuti: altro che Dungeon Siege, il videogame che è “ufficialmente” alla base di tutto. Che Boll non sia Jackson, nemmeno c’è bisogno di ricordarlo. E che In the Name of the King non sia un film eccessivo e trash come House of the Dead o Bloodrayne appare ovvio: è anzi un film dove il tedesco prova a fare il regista "serio", a controllarsi e a mettersi al servizio della storia e dei personaggi. Il problema non sono solo i suoi evidenti limiti, ma anche quelli di una sceneggiatura che fa acqua da tutte le parti, manco fosse il Titanic o il Poseidon.

Ma se si mette da parte tutto questo, e magari anche un montaggio letteralmente assassino, In the Name of the King intenerisce quasi per la sua goffaggine. Non si ride a scena aperta come in altri film di Boll, ma ci si diverte più che nei vari Eragorn visti di recente. Perché nel film di Boll c'è qualcosa che altrove oramai manca: c’è tutta la magia di un certo cinema puramente naïf e artigianale, che emerge nel vedere Jason Statham che passa da tranquillo contadino a guerriero letale in meno di 30 secondi, l’isterismo sputacchiante e sopra ogni riga di Matthew Lillard, gli spericolati raccordi narrativi e la goffa artificiosità degli effetti speciali.

E forse per mantenere questa sua squinternata libertà, quel suo sgrammaticato ed anarchico senso di cinema che qui appare comunque evidentemente trattenuto, Boll ha dichiarato che In the Name of the King è stato il suo primo film ad “alto” budget, ma anche l’ultimo.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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