Festival di Berlino 2014: recensione della black comedy norvegese Kraftidioten

10 febbraio 2014
3.5 di 5
6

A quattro anni di distanza da En ganske snill mann, il norvegese Hans Petter Moland torna a lavorare con successo con Stellan Skarsgård.

Festival di Berlino 2014: recensione della black comedy norvegese Kraftidioten

Era il 2010 quando Hans Petter Moland presentava a Berlino il titolo fino a quel momento migliore della sua filmografia: En ganske snill mann, una divertente e insolita dark comedy interpretata da Stellan Skarsgård e scritta dal regista con lo sceneggiatore Kim Pupz Aakeson.
A quattro anni di distanza, la squadra di quel film torna nuovamente assieme, e il risultato non cambia.
Per fortuna.

Kraftidioten inizia come uno dei tanti drammi familiari scandinavi, virando presto verso un noir a tinte piuttosto fosche: Skarsgård (veramente molto bravo nel suo essere maschera imperturbabile eppure espressiva) è un cittadino tranquillo e modello, un imprenditore che si occupa con i suoi spazzaneve di tenere sgombre le vie di un tranquillo paesino norvegese. Quando però suo figlio viene trovato morto per overdose – in realtà ucciso da una banda di spacciatori per via di una cattiva amicizia – l’uomo capisce subito che qualcosa non quadra, e si attiva per dare il via ad una spietata vendetta privata.
Dopo le prime morti, perà, si capisce abbastanza in fretta che Kraftidioten non ha intenzione di prendere la via tradizionale, virando gradualmente ma con decisione verso terreni da commedia nera e degli equivoci che riesumano un pulp i derivazione tarantiniana con la capacità di essere sempre personale e mai scontato.

Il capo della banda responsabile della morte del ragazzo è infatti un criminale sopra le righe e scritto con grande ironia (uno di quei personaggi che, in un remake americano, andrebbe diretto al nevrotico Nicolas Cage), le dinamiche tra lui, la sua ex moglie, i suoi scagnozzi sono spesso esilaranti, come lo sono quelle di una banda serba rivale capitanata da Bruno Ganz con la quale si scatena un conflitto. Allo stesso modo sono riusciti e pungenti i dialoghi tra Skarsgård e un fratello ex criminale che gli dà consigli, o i dialoghi tra delinquenti che ragionano su aspetti interessanti della cultura norvegese, che vanno dal welfare al modo in cui sono accolti e considerati gli stranieri.
Attenzione però a non pensare che a questo punto Kraftidioten si trasformi in una farsa: Moland e Aakeson hanno scritto un copione preciso e sfumato, grazie al quale il suo film cambia costantemente di tono riuscendo nella non facile operazione di non risultare mai sbilanciato in una direzione o nell’altra, ma anzi centrando le dosi di un cocktail non facile e originale.

Certo, si potrebbe teorizzare sul fatto che Moland abbia voluto raccontare l’insensatezza della violenza, il ridicolo di certi personaggi che non hanno misura né consapevolezza di sé, ma sarebbe forse esagerato. Kraftidioten, prima di tutto, è un film gradevole e molto divertente, da apprezzare soprattutto per gli equilibri di scrittura e regia, capace di strappare una risata in un momento e di creare tensione il momento successivo.
Niente male.







  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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