In nome di mia figlia: recensione del film con Daniel Auteuil tratto da una storia vera

08 giugno 2016
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Cinema senza ego, che sta sempre un passo indietro, o al massimo di fianco, alla vicenda di cronaca che racconta.

In nome di mia figlia: recensione del film con Daniel Auteuil tratto da una storia vera

In un film come In nome di mia figlia, la storia (vera) è tutto.
Lo è perché indubbiamente capace di catturare l’interesse e l’attenzione dello spettatore, lo è perché la messa in scena di Vincent Garenq non va volontariamente molto oltre la ricostruzione cronachistica dell’Odissea umana e giudiziaria di André Bamberski, un uomo che per trent’anni ha lottato perché fosse finalmente assicurato alla giustizia l’uomo che gli aveva violentato e ucciso la figlia 14enne, un medico tedesco diventato il nuovo compagno della ex moglie.

La vicenda di Bamberski, con tutti i suoi accadimenti, i colpi di scena, le lotte contro le burocrazie e gli oppurtunismi diplomatici e le scelte radicali al limite e magari oltre il confine di quella legge che si reclama, è una di quelle che non aveva in effetti bisogno di molto altro che una messa in scena. I personaggi di Bamberski e del dottor Dieter Krombach, già portavano con sé uno spessore umano e letteario perfetto per renderli in un film con tutti i loro chiaroscuri; per non parlare di quello della madre della ragazza morta vissuta per una vita nella negazione dei fatti.

E allora ecco che Garenq si limita a rimescolare appena appena le carte con un racconto che parte da un lungo flashback, allo scopo di regalare un minimo d’incertezza sull’esito della vicenda in coloro che non conoscevano i fatti realmente accaduti. Ecco allora che Daniel Auteuil, Sebastain Koch e Marie-Josée Croze si adagiano quasi mimeticamente nei panni dei loro personaggi, senza mai cercare di salire di quel semi-tono che potrebbe caratterizzare (troppo) la loro interpretazione: nemmeno Auteuil, che del film è protagonista assoluto, e che sembra sempre voler rifuggere da questo ruolo, pur nella determinazione della sua missione.

Fa onore, a Garenq, l’aver tenuto gli ego sotto controllo e aver girato un film che sta sempre un passo indietro, a tratti magari di fianco, ma mai davanti alla storia che racconta. Ma nell’assoluta aderenza ai fatti, e nella totale assenza di qualsivoglia forma di rielaborazione, giudizio, traslazione o simbolismo, In nome di mia figlia è anche, allo stesso tempo, condannato a essere riflesso - necessariamente meno nitido e più sbiadito - di qualcosa che poi magari andremo ad approfondire su internet, mentre il cinema si dissolve rapidamente nella nostra memoria.
Magari, a volte, va bene anche così.  



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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