La recensione de Il treno per il Darjeeling

30 aprile 2008
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Con il suo cinema originalissimo e coinvolgente, Wes Anderson si è affermato come la voce più influente del nuovo cinema indipendente americano. Il treno per il Darjeeling – già presentato a Venezia 2007 e preceduto dal corto propedeutico Hotel Chevalier – estremizza la sua idea di cinema e, pur inferiore al capolavoro Le avventure acq...

La recensione de Il treno per il Darjeeling

Il treno per il Darjeeling - la recensione

Slegato, frammentario, episodico. Non ci son dubbi che il nuovo film di Wes Anderson sia tutto questo: ma lo è in maniera assai felice.
Perfettamente consequenziale a I Tenenbaum e Le avventure acquatiche di Steve Zissou sia da punto di vista formale che da quello della struttura narrativa e delle tematiche affrontate, Il treno per il Darjeeling è un film nel quale Anderson sembra voler portare all’estremo la sua particolarissima idea di cinema, esplodendo la forma film così come la conosciamo per ricomporla a piacimento, usando come collante una sensibilità obliqua e bizzarra che non ha eguali nel mondo del cinema contemporaneo (perlomeno in Occidente).

Il treno per il Darjeeling è tanto estremo – per quanto paradossalmente contenuto – da aver portato molti osservatori a definirlo eccessivamente frastagliato, discontinuo, velleitario, e – per questo – poco efficace. Eppure la sua sgangheratezza è solo apparente, e – come già accaduto per le precedenti opere del regista e per molto cinema indie americano – perfettamente funzionale alle traversie affrontate dai personaggi e alle loro psicologie.
Proseguendo con grande coerenza il suo ragionamento continuo e costante sui legami familiari (sulla loro imprescindibilità, ma anche sulla necessità di costante rinnovazione del concetto stesso di famiglia e di legame) e sulle (im)possibili soluzioni che possano permettere di affrontare le avversità della vita, Anderson mostra ancora una volta come il mondo e l’uomo contemporaneo siano oramai privi di unitarietà e di logiche causali tradizionali, di come ci sia oggi più che mai la necessità di confrontarsi con un nuovo privo di quella compattezza e solidità cui siamo (o vorremmo essere) abituati a percepire.

Il ragionamento sulla famiglia è da ampliarsi infatti alla condizione esistenziale tutta, e Il treno per il Darjeeling riafferma la posizione andersoniana della necessità di un rinnovamento che porti a liberarsi delle zavorre del passato (proprio come fan letteralmente i tre fratelli protagonisti della storia alla fine del film), pur mantenendo punti di base oggettivi ed imprescindibili.
E non è un caso che per questo viaggio alla scoperta della condizione contemporanea, il regista abbia ironicamente spedito i suoi protagonisti in India, per un viaggio tanto utile quanto slegato dal contesto filosofico e culturale nel quale si ambienta: ché le risposte ai dilemmi che i tre fratelli devono affrontare son da ritrovarsi in luoghi ben più metafisici.

Come Anderson ci ha oramai da tempo abituato, ne Il treno per il Darjeeling ironia, profondità, risate e commozione si alternano nel corso di una narrazione originale ed efficace, che proprio per le sue caratteristiche estreme e trasversali al linguaggio tradizionale fa emergere la sincerità disarmante del regista nella maniera più netta e definita.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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