Il tocco del peccato - la recensione del film di Jia Zhangke

17 maggio 2013
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Jia Zhangke racconta di una Cina lacerata dall’avvento di un capitalismo spietato ed esasperato, basato su corruzione, sfruttamento e sopraffazione, eppure ancora legata a un passato complesso, variegato la cui identità culturale pesa ancora come un macigno

Il tocco del peccato  - la recensione del film di Jia Zhangke

Basta aprire un giornale, uno qualsiasi, in un paese qualsiasi. Il mondo, oggi, anche con tutta la buona volontà di chi vorrebbe giustamente cercare di avere speranza per il domani e ottimismo riguardo il presente, non è un bel posto.
Il cinema lo sta raccontando da tempo, con modi e stili diversi; perfino proponendo reazioni diverse. In questo filone, applicato a quel mondo complesso e tumultuoso che è la Cina contemporanea, s’iscrive anche A Touch of Sin, che parte da quattro reali e sanguinosi fatti di cronaca, tre omicidi e un suicidio, per tracciare un quadro desolato e raggelante di una popolazione e di una cultura.

Jia Zhangke racconta di una Cina lacerata dall’avvento di un capitalismo spietato ed esasperato, basato su corruzione, sfruttamento e sopraffazione, eppure ancora legata a un passato complesso, variegato la cui identità culturale pesa ancora come un macigno che produce scintille e dissociazione con il nuovo. E lo fa con uno stile esemplare, coerente e multiforme, attento alla grande tradizione del cinema marziale nelle esplosioni della violenza ma anche al naturalismo documentaristico della sua produzione recente, viaggiando attraverso lo spazio e il tempo, sfruttando i gradi di separazione tra gli angosciati protagonisti delle quattro vicende principali.

A Touch of Sin, carico di simbolismi eppure essenziale e rigoroso, della Cina e dei cinesi di oggi cattura la vastità geografica e la multiformità etica, senza sforzi apparenti; rifuggendo da ogni strumentalizzazione estetica o morale del dolore e dell’ira che racconta e che mantiene come filo rosso, cullando lo spettatore in una narrazione fluida e incessante come lo scorrere del grande fiume che fa da sfondo ad una delle storie. Quella di Zhangke, elegante ed austera al tempo stesso, è una dolenza sconsolata che entra sottopelle, che cattura e accompagna, che pesa dentro senza annichilire ma sollecitando riflessioni e reazioni.




  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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