Il terzo tempo – la recensione del film sportivo di Enrico Maria Artale

20 novembre 2013
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Il rugby come riscatto sociale

Il terzo tempo – la recensione del film sportivo di Enrico Maria Artale

Il cinema sportivo in Italia non ha mai avuto una tradizione di livello. Anche il calcio, ossessione per così tanti, non è stato mai raccontato al cinema con continuità, con qualità. Ci si ricordano più le versioni comiche come L’allenatore del pallone piuttosto che racconti che utilizzassero in maniera più sottile lo sport, o il calcio, per affrontare un discorso più complessivo o sociale. Qualcosa, ad esempio, che Hollywood ha sempre fatto e continua a fare con i suoi sport nazionali, soprattutto baseball e football. Ma il loro ruolo nella società è sicuramente diverso e non casualmente questi film arrivano poco e ottengono scarso successo in Europa.

Ora il giovane esordiente Enrico Maria Artale, sulla scia del notevole successo recente del rugby, applica gli stilemi del cinema sportivo all’americana a una storia di casa nostra. Fin dal titolo, Il terzo tempo, è evidente la volontà primaria di fare del rugby contorno e metafora di una storia di marginalità. Siamo nella provincia laziale e facciamo conoscenza con Samuel, un giovane scapestrato appena uscito dal carcere, cresciuto in un contesto difficile e violento, senza conoscere il padre e con un rapporto episodico con la madre tossicodipendente.

Sembra una delle tante storie dei giovani talenti dello sport americano, che individuano lo sport come solo mezzo per uscire dai ghetti, per avere una vita diversa da quella assegnatagli dalla sorte. Ma in realtà qui lo sport serve da veicolo di crescita più personale che pubblica, non si parla del sogno del professionismo, ma più modestamente di un ragazzo che viene affidata a un programma di riabilitazione in un’azienda agricola e conosce il rugby.
Samuel è allergico alle regole e si trova a dover canalizzare la sua rabbia, ma anche i suoi slanci di energia, all’interno della codificazione di uno sport di contatto, apparentemente violento, ma basato sul rispetto rigoroso di regole e avversari.

Il terzo tempo è un tentativo ammirevole di frequentare storie inconsuete dalle nostre parti, ma per farlo ripropone in maniera stanca e prevedibile gli stilemi tipici del cinema di riscatto, non si fa mancare una storia d’amore, qualche spruzzata qua e là di amicizia, un processo di formazione, ma paga una povertà di mezzi nelle scene delle partite che aumenta la difficoltà di coniugare la spettacolarità con l'intimità delle vicende dei protagonisti.



  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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