Il sogno di Francesco: recensione del dramma francese con Elio Germano nei panni del santo
Un biopic sulla figura del patrono d'Italia e il suo amico Elia da Cortona.
San Francesco ha ispirato per secoli appelli al ritorno al pauperismo degli uomini di fede, oltre a diventare una delle figure di riferimento della principale nuova arte dell’epoca d’oro del capitalismo: il cinema. Reazione all’ossessione per l’accumulazione di ricchezze materiali, è stato proposto come massimo esempio del rifiuto dell’io a favore del noi. Dopo Rossellini, Zeffirelli e la Cavani, ci provano ora ne Il sogno di Francesco due francesi quasi esordienti e provenienti dal documentario e dalla scrittura, Renaud Fely e Arnaud Louvet, a mettere in scena la vita del patrono d’Italia. La loro scelta è di spostare di pochi centimetri l’asse narrativo, assumendo per lo più il punto di vista del suo amico e discepolo Elia da Cortona, in modo da permettere allo spettatore di osservare con maggiore distacco la figura di Francesco, di immedesimarsi nel percorso irregolare e problematico di un uomo, non santo, esposto alla tentazione e all’errore.
In un cast prevalentemente francese e belga, è il nostro Elio Germano a interpretare il protagonista, gettandosi in una nuova performance in costume e biografica, dopo il suo riuscito Giacomo Leopardi di Mario Martone.
Narrata da una voce fuori campo e suddiviso in capitoli intitolati ai nomi dei frati più vicini al santo, il film non è un vero racconto biografico quanto uno sguardo sul rapporto di grande amore, ma anche conflitto, fra Francesco e il suo discepolo Elia. Il primo rimase convinto di proporre una Regola per il nascente ordine totalmente orientata alla condivisione dei beni materiali e all’amore verso gli altri, chiunque essi fossero, senza neanche una minima struttura gerarchica; l’altro, invece, cercò di mediare con la Chiesa e le sue gerarchie, smussando gli estremismi e prevedendo una declinazione politica capace di portare avanti nel tempo gli insegnamenti francescani, rivoluzionari per il XIII secolo ma forse ancora di più per oggi.
La prima parte de Il sogno di Francesco ci fa conoscere un gruppo di frati che vive per lo più all’aperto, fra i boschi e i prati della campagna umbra. Siamo nel 1209 e la loro guida spirituale non nasconde la delusione per il rifiuto del papa dell’epoca, Innocenzo III, di accogliere una prima versione della Regola. Insistendo nella rappresentazione dell’armonia fra questi uomini e la natura, Fely e Louvet si perdono nella contemplazione, arrancando nello svelamento dei personaggi e delle loro dinamiche. Penalizzato da un doppiaggio francamente inascoltabile, il film fatica a trasmettere la febbre utopistica di quel mondo, la comunione d’intenti di un microcosmo di confratelli, veri rivoluzionari della semplicità. Di altro spessore e interesse è lo sviluppo dei rapporti con Elia, vero protagonista del film. La dinamica fra utopia e politica, il virus del compromesso che rischia di minare l’amore e l’amicizia, sono tratteggiati con pochi momenti pieni di semplicità, ma anche spessore, profondamente francescani.
- critico e giornalista cinematografico
- intervistatore seriale non pentito