Phoenix - la recensione del dramma diretto da Christian Petzold

22 ottobre 2014
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Il regista premiato per La scelta di Barbara racconta il ritorno a casa di una reduce di Auschwitz.

Phoenix - la recensione del dramma diretto da Christian Petzold

Se l’Olocausto è uno dei temi più raccontati dal cinema negli ultimi decenni, in questi ultimi mesi sembra che gli anni successivi alla tragedia, quelli del rientro alla vita normale, siano la nuova tendenza. Succede anche nel nuovo film di Christian Petzold. Dopo La scelta di Barbara e la Germania Est del 1980, questa volta il regista tedesco affronta un altro momento storico decisivo per la storia del suo paese e lo fa affidandosi di nuovo all’eccellente Nina Hoss, ormai stabilmente una delle più convincenti attrici europee.

Il titolo, Phoenix, lascia intuire molto dello stile profondamente metaforico di tutta l’operazione. Come la fenice rinasce dalle proprie ceneri anche Nelly sopravvive ad Auschwitz, ma rimane sfigurata. Il suo aspetto, oltre che buona parte della sua anima, muore nei campi. Quella che ritorna è un’altra persona, piena di bende a coprire un volto devastato, a voler sottolineare nella concretezza della carne la violenza morale subita. La soluzione è quella di operarsi per avere un nuovo viso. Il medico le chiede a chi vuole assomigliare, proponendo gli ideali di bellezza di quegli anni, ma lei si ostina a voler tornare indietro alla Nelly degli anni ’30, prima della guerra. “Voglio tornare ad essere quella di prima”, continua a dire.

Ma cosa può sopravvivere a quella cesura, a quell’interruzione invalicabile alla linearità della storia? Petzold costruisce tutto il film intorno a Nelly come aveva fatto con Barbara. Se in quel film la sua era l’attesa prima di una fuga, qui si racconta di un ritorno a casa, alla ricerca di risposte sul marito, ancora Ronald Zehrfeld. Le è stata fedele in questi anni?

Appena tornata a Berlino si affida all’efficiente Lene, impiegata dell’Agenzia ebraica e sua amica da prima della guerra, che diventerà il suo angelo custode. Nonostante il suo parere contrario, però, cercherà subito il marito fra le macerie della città, specie nel locale in cui cantava sulle note del suo piano, il Phoenix. Un giorno lo incrocia, lui non la riconosce, ma intravede una vaga somiglianza. Ragione per la quale le chiede di spacciarsi per lei e così dividersi la ricca eredità della moglie. Si troverà, dunque, a dover interpretare il ruolo di se stessa.

Gli intenti di Petzold sono chiari, fin troppo, tanto da costruire tutto il film in maniera palese e talvolta forzata. Ispirato al romanzo francese del 1960 "Le retour de Cendres", qui si permette di rielaborare il rapporto fra i due con la maggiore consapevolezza data dai 50 anni passati. Riesce, così, a costruire il film come un noir, di cui ritroviamo alcune atmosfere, in costante avvicinamento al duello finale, alla soluzione del rapporto fra i due protagonisti, disperatamente alla ricerca delle risposte alle domande poste all’inizio. Sono questi i momenti, quelli finali, in cui Phoenix riesce veramente a far spiegare le ali alla fenice, a risolvere con eleganza, senza parole, il dramma privato di una donna che vuole continuare a credere nell’amore.




  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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