Winter Sleep - la recensione del nuovo film di Nuri Bilge Ceylan

16 maggio 2014
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La storia di una coppia in crisi nell'inverno anatolico.

Winter Sleep - la recensione del nuovo film di Nuri Bilge Ceylan

Il cinema turco negli ultimi anni deve tanto a Nuri Bilge Ceylan, uno dei protetti del Festival di Cannes che lo ha scoperto fin da un suo cortometraggio e sempre presente in concorso. Il suo cinema spesso è fatto di molti silenzi, di piani sequenza lunghi e di panorami che si stagliano all’orizzonte con arroganza. Un cinema rurale, che in Winter Sleep conferma quest’ultima caratteristica, ma si discosta molto per una regia più dinamica e per i moltissimi dialoghi.

Un film molto classico ambientato nella steppa anatolica che sembra quella russa raccontata da Cechov nelle sue opere. Un’ambientazione fuori dal tempo che rimanda al romanzo ottocentesco, con il fuoco nel camino, le pareti di pietra, la luce fioca delle candele, le camere non riscaldate.
I nostri protagonisti sono i signorotti del luogo, con le persone a servizio, della povera gente locale che abita nelle loro tante case di proprietà, un imam ossequioso che ricorda un Don Abbondio di campagna.

Sembra un idillio l’Hotel Othello, scavato nella pietra dell’altopiano anatolico. Ci vive il protagonista, un ricco attore teatrale a riposo insieme alla bella moglie molto più giovane. Qualche turista si avventura anche nelle settimane invernali in cui presto è in arrivo la neve. Il sonno invernale del titolo è da intendere anche come inverno della vita del protagonista.

Il peso di due mondi diversi divide i due protagonisti. Lui cresciuto in una casa senza elettricità che “non sapeva come poter essere felice”, che ha cercato di cambiare il paese e il mondo, lei, giovane, che non ha mai dovuto pensare a come guadagnarsi da vivere, sembra avere tutto e si dedica alla beneficenza come una nobildonna di un altro secolo.

Una incomunicabilità che sembra diventare anche un’accusa di chi ha lottato per una Turchia contemporanea, laica, che vede con snobismo dell'artista la religione come superstizione del popolino, contro chi invece sembra volersi accontentare, o peggio tornare indietro. Winter Sleep è un accumularsi di tanti dialoghi densi, di cui colpisce la lucidità spietata dei giudizi che i personaggi si scambiano, che arrivano con rassegnazione, tanto da farci percepire gli anni di non detti che ora non possono più nascondere la verità, le ferite del tempo che inevitabilmente ci si infligge, spesso non volendolo. Del resto, lo si dice varie volte, “le vie dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni”.

Ceylan realizza il suo film più riuscito, verbosissimo ma ipnotico, che si nutre di pesanti ambizioni senza cali di tono. Un ritratto spietato eppure molto umano, di non detti che logorano e del tempo che inevitabilmente cambia tutti noi e il nostro rapporto con chi amiamo.




  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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