Il primo anno: recensione della bella commedia francese che conclude una trilogia cine-medica

01 settembre 2020
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Thomas Lilti, medico e regista, conclude una trilogia dedicata alla medicina con Il primo anno, vivacissima storia di un'amicizia, di uno studio matto e disperatissimo e di una società competitiva e punitiva.

Il primo anno: recensione della bella commedia francese che conclude una trilogia cine-medica

Non è bello fare paragoni, ma vedendo un film come Il primo anno, capitolo conclusivo (forse) di una trilogia cine-medica iniziata con Ippocrate e proseguita con Il medico di campagna, viene da chiedersi come mai i registi stranieri riescano spesso, partendo da esperienze personali, a realizzare film che spiegano chiaramente il mondo in cui viviamo – o almeno lo riflettono – mentre noi stiamo sempre a riesumare cariatidi di un passato che non ci aiutano a comprendere il nostro presente o a sfornare commedie generazionali che non hanno speranza e capacità di diventare universali. Ci sono ovvio le debite eccezioni (i fratelli D'Innocenzo su tutti) ma il nostro cinema è spesso provinciale e autoreferenziale. Neanche sforzandoci troviamo un equivalente al caso di Thomas Litli, medico e regista, che parlando di sé riesce a parlare della società e del mondo in modo intelligente, divertente e non superficiale. Il primo anno è in questo senso esemplare: il regista torna indietro nel tempo, ma rinfresca i suoi ricordi confrontandosi con quello che è cambiato negli anni, per raccontare un'esperienza che lui stesso ha passato e che molti studenti affrontano, anche nel nostro paese: la difficilissima selezione per poter entrare alla facoltà di medicina e intraprendere l'agognata professione medica.

È un dato di fatto che l'attitudine e la vocazione non bastano a superare test che richiedono la conoscenza mnemonica e istintiva (dato il pochissimo tempo a disposizione per le prove) di svariate materie scientifiche, che costringono gli aspiranti a uno studio “matto e disperatissimo”, sul modello di quello lamentato da Giacomo Leopardi. In questo anno si infrangono i sogni, partono in dispense, fotocopie, libri, mezzi pubblici e stanze in affitto diverse centinaia di euro, e le menti più brillanti appena uscite dal liceo rischiano di esplodere, e in alcuni casi lo fanno, sotto il peso dello studio e della responsabilità. C'è chi proviene da una situazione privilegiata, da una famiglia intellettuale e benestante, magari coi genitori che esercitano la stessa professione, e ci sono gli outsider, come nel film Antoine, il personaggio di Vincent Lacoste, che da tre anni prova ad essere ammesso alla facoltà senza riuscirvi.

In Francia, comprendiamo dal film, la situazione è un po' diversa che da noi: per un anno gli studenti frequentano le stesse lezioni, poi fanno una serie di test e nell'ordine della graduatoria finale possono scegliere. Se non rientrano nel ristretto numero dei futuri medici possono fare, ad esempio, farmacia o odontoiatria. Quello che conta, però, è il fine: rinchiudere un numero enorme di giovani menti in un posto lontano, capiente e asettico, simile alla nostra Fiera di Roma, dove per un po' l'unico rumore che si sente è quello della carta sul foglio. È affascinante e insensato il rituale che Litli, in quello che sembra a tratti un documentario, ci mostra in dettaglio: la consegna degli elaborati, l'attesa, l'esplosione quasi selvaggia del sollievo per la prova finita. Poi la corsa a vedere i risultati, a scorrere col dito sui fogli prima di arrivare al proprio nome e trovarsi di fronte al proprio futuro determinato da un numero.

Antoine, appunto, è uno di quelli che non rinuncia, a costo di rimetterci di salute, determinato a superare tutte le difficoltà e a provarci per tre anni di seguito pur di realizzare il suo sogno. Per uno di quei casi che davvero accadono all'università, quando ti siedi senza saperlo accanto a quello che diventerà il tuo miglior amico, conosce Benjamin (William Lebghil), un ragazzo al primo anno con la famiglia giusta, pirgo e confusionario, a cui in apparenza le cose riescono facili, che sembra puntare a quel corso di studi forse per fare più piacere al padre medico, che non lo considera abbastanza, che per un vero interesse. Quando escono i risultati della prima prova e Benjamin si piazza molto meglio di lui, la sua perfetta sintonia con Antoine, che sembra ritenerlo responsabile del suo fallimento, si interrompe. Ma alla fine cos'è che conta e ci definisce veramente, in questa spietata corsa dei topi? Un finale a sorpresa ce lo dirà.

Tutto questo – gli appunti, le notti insonni passate a ripetere, gli esercizi mnemonici, la goliardia che coinvolge studenti e docenti, le code per ritirare le dispense, gli incidenti di percorso, i gruppi di studio - Litli ce lo racconta senza mai annoiare, rendendo dinamico anche quello che è statico per definizione. E non sorprende che lui stesso si riferisca scherzando a Il primo anno come al suo Rocky, al quale c'è anche un ironico omaggio. Sullo sfondo di una Parigi bellissima in cui in primo piano sono sempre questi due giovani uomini (ed eccellenti attori), l'autore dimostra come si possa parlare davvero di tutto senza annoiare, al cinema come nella vita, se si possiedono gli strumenti per condividere le proprie passioni.

Il Primo anno
Il Trailer Italiano Ufficiale del Film - HD


  • Saggista traduttrice e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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