Il papà di Giovanna - recensione del nuovo film di Pupi Avati

31 agosto 2008
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Dopo il passaggio veneziano che è valso la Coppa Volpi di miglior attore del concorso a Silvio Orlando, arriva in sala Il papà di Giovanna, nuova fatica dell'instancabile Pupi Avati. Un film tipicamente avatiano, nel bene come nel male, che dimostra ulteriormente come il cinema del regista bolognese sia sempre uguale a se stesso.

Il papà di Giovanna - recensione del nuovo film di Pupi Avati

Il papà di Giovanna - recensione

Il cinema di Pupi Avati assomiglia sempre di più ad uno dei quegli insetti imprigionati nell’ambra, che spesso venivano usati come soprammobili o fermacarte nelle case di una volta. Come quegli insetti, il cinema di Pupi Avati è cristallizzato, immobilizzato in un presente astorico, sempre uguale a se stesso nonostante possa apparire differente a seconda dell’angolo visivo con cui si approccia il blocco traslucido e trasparente del minerale.
Guardare un film di Avati riporta alla memoria l’entrare nella casa dell’anziana bisnonna, piena di merletti e crinoline, intrisa di odore di caramelle all’anice e di mobili vecchi e un po’ polverosi. Solo che i film di Avati non sono le case delle nostre nonne, e anche loro, in molti casi, sono riuscite a rimanere più al passo coi tempi del regista bolognese, che tende a replicarsi all’infinito.

Il papà di Giovanna non solo non smentisce ma conferma una lettura di questo genere, risultando in tutto e per tutto il film che ci si poteva aspettare da Avati. Un racconto dal gusto nostalgico (anche di ere e tempi andati), melodrammatico in maniera a tratti quasi sobria a tratti melensa e retorica. In fondo non si può definire “sbagliato” un film come Il papà di Giovanna: la sceneggiatura c’è e nel complesso regge, le interpretazioni di Orlando e Rohrwacher – sono azzeccate, i rapporti tra i loro personaggi costruiti degnamente, così come quelli (assenti, e forse per questo assai più facili da rappresentare) tra Giovanna e la madre Francesca Neri.

I difetti però ci sono, e non pochi: i più evidenti sono comunque quelli propri dello stile avatiano, fatto di quadri storici forse inutili e ridondanti, di personaggi “tipici” e per questo prevedibili, di uno stile e un ritmo di racconto oramai anacronistici. E se al centro di tutto c'è un tema magari interessante come quello dell’amore infinito di un padre per una figlia e le difficoltà di fare lo stesso da parte di una madre, spiace constatare che viene declinato in maniera tale da negargli ogni attualità, e risolto – come troppo spesso in troppi film, non solo italiani – in maniera conciliante e conservatrice.

Sbagliato, Il papà di Giovanna non lo è. Ma non è nemmeno utile, coinvolgente o in grado raccontare qualcosa di importante sui tempi che andiamo vivendo.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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