The Cut - la recensione del film di Fatih Akin

31 agosto 2014
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La retorica e piatta Odissea di un padre sopravvissuto al genocidio armeno e alla ricerca delle sue figlie.

The Cut - la recensione del film di Fatih Akin

La musica, meglio se rock, ha sempre giocato un ruolo di primo piano nel cinema di Fatih Akin. Cosa c'entra questa affermazione con The Cut, nuovo ambizioso progetto del regista turco-tedesco che racconta l'Odissea di un padre sopravvissuto al genocio armeno? Tutto e niente.
Niente perché di certo The Cut non è un film "rock", da nessun punto di vista, nel suo tentativo di raccontare una storia con un'epica classica e grandiosa alla David Lean.
Tutto perché comunque la colonna sonora, rock a suo modo, è forse l'unico elemento che possa davvero salvare del film.

Logorroico e magniloquente, ambizioso fin dalla durata che sfiora irragionevolmente le due ore e venti, The Cut è uno di quei film che, prima della rivoluzione avvenuta negli ultimi anni attorno al piccolo schermo, avremmo definito dalla piattezza e dall'ovvietà tipica di un (brutto) sceneggiato televisivo.
Checché si pensasse delle doti registiche di Akin, è innegabile che questa sua nuova opera ne segna una brusca involuzione, tanto sul piano narrativo quanto su quello visivi.
Alla ricerca di una linearità capace di elevarsi a registro epico e lirico grazie a quella che si pensa la forza di una storia vera e alla grandiosità dei paesaggi, The Cut manca il bersaglio per via della rigidità del regista, di una scrittura ovvia e meccanica, di una messa in scena che appare artificiosa e didascalica come una ricostruzione museale.
Perfino Tahar Rahim - che Akin ha voluto nei panni di un giovane uomo che, tra mille disavventure, riesce comunque a sopravvivere al genocidio armeno, e che parte per un lungo viaggio alla ricerca delle sue figlie che ha saputo essere ancora vive il cui capolinea sono gli Stati Uniti, con Cuba come fermata intermedia - appare confuso e fuori contesto. Se altrove il francese aveva dato prova di discrete capacità attoriali, e non solo di avere un bel volto, qui invece dimostra tutti i suoi limiti, costretto anche dalla sceneggiatura a recitare muto per i due terzi finali del film.

Transitando dalle crudeltà turche alla fuga fortunosa, dalla lotta per la sopravvivenza al tormentato asilo, dalla rinascita della speranza (complice un film dell'oramai onnipresente, ma qui ingiustificato Charlie Chaplin) alle tappe di un viaggio che sembrano moltiplicarsi in maniera innaturale, Rahim fa da stolido e spaesato filo conduttore di un film che inanella una serie di luoghi comuni cinematografici e goffi tentativi di avere un passo e un respiro che non possiede.
In questo modo, si perdono per strada non solo l'interesse, ma anche la verosimiglianza di ciò che si racconta, scivolando così in qualche momento in un ridicolo involontario fin troppo mortificante per i reali demeriti dell'opera.

La storia tragica del genocidio armeno, e quella del protagonista di The Cut, avrebbero certo meritato di meglio.





  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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