Il nome del mio assassino - la recensione

22 luglio 2008

Trionfatore ai Razzie Award di quest’anno, dove ha stabilito un nuovo record vincendo otto premi su nove nomination, Il nome del mio assassino debutta “finalmente” nel nostro paese. Ma il film diretto dal giovane Chris Sivertson è davvero così brutto come lo si dipinge?

Il nome del mio assassino - la recensione

Il nome del mio assassino - la recensione

Chis Sivertson è un giovane regista americano, amico e collaboratore di quel Lucky McKee che aveva diretto il purtoppo misconosciuto horror May. Fu proprio grazie all’amicizia con McKee che qualche anno fa Sivertson presentò al Ravenna Nightmare Film Fest il suo esordio nella regia: The Lost, thriller tratto da un romanzo dello scrittore “maledetto” Jack Ketchum. The Lost non fu un esordio particolarmente memorabile, e difatti c’è voluto qualche tempo perché Sivertson tornasse dietro la macchina da presa. E quando lo ha fatto, ha purtroppo firmato uno dei film più vituperati della stagione 2007/2008.

Unirsi ai cori della maggioranza, si tratti di lodi o bocciature, fa sempre "salto sul carro del vincitore", ma bisognerebbe essere uno dei più miopi ed ostinati bastiancontrari del mondo per non riconoscere che Il nome del mio assassino è un thriller davvero di pessima fattura, basato su una sceneggiatura esile e piena di buchi e girato con un’estetica volgarotta e sciatta, dove gli psicologismi sono a di poco d’accatto ed i simbolismi da bignamino dell’analista fai da te (per citarne uno, le differenti cromie che “identificano” i due personaggi interpretati da Lindsay Lohan). Sorvolando per evitare ogni accanimento su un certo moralismo di fondo che emerge nonostante tutti i tentativi di “maledettismo” attuati dal regista, va detto che nemmeno la Lohan esce tanto bene dal film, con una performance che giustifica e legittima i tre Razzie che le sono stati attributi per il film: uno per ognuno dei due ruoli che interpreta, il terzo per la Peggior coppia sullo schermo, quella con se stessa.

A lungo la giovane attrice americana è stata spesso e volentieri al centro di gossip e polemiche extracinematografiche, che non interessano più di tanto: sarebbe invece bene ricordare anche che in una commedia come Mean Girls, ad esempio, la Lohan aveva dimostrato di saper essere bravina ed efficace, facendo ben sperare per il futuro. Di conseguenza dispiace ancora di più constatare che, dopo altre prove non proprio incoraggianti, qui appare completamente stonata (in tutti i sensi) ed incapace di rendere minimamente credibili la pudica e perfettina Aubrey o la ribelle e sboccata Dakota.

Da questo punto di vista, Il nome del mio assassino sembra quasi essere lo specchio di celluloide involontario della schizofrenia e dei problemi della ex bambina prodigio, che sta seriamente rischiando di perdersi in un mondo di eccessi e di divismi del tutto ingiustificati. Se nel film di Siverston è però proprio la metà oscura di Lindsay a doversi far carico del salvataggio e della riscossa dell’altra, resta da chiedersi a cosa o a chi potrà fare appello la ragazza per rimettersi in carreggiata e tornare ad esprimere quel che di perlomeno discreto aveva dimostrato di saper fare.

E se come attrice proprio non è recuperabile, pace, ce ne faremo una ragione senza troppi problemi. Ma che almeno riprenda qualche chilo e torni al suo affascinante rosso naturale dei capelli.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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