Il mondo fino in fondo: La recensione del film con Luca Marinelli e Filippo Scicchitano

07 novembre 2013
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il primo film di Alessandro Lunardelli è un inno all'istinto e alla giovinezza

Il mondo fino in fondo: La recensione del film con Luca Marinelli e Filippo Scicchitano

Dell'opera prima del genovese Alessandro Lunardelli colpisce innanzitutto l'uso dei due attori principali.
Servendosi di un'espressione inventata per l'occasione, potremmo dire che Il mondo fino in fondo si distingue per un “controimpiego incrociato” di Luca Marinelli e Filippo Scicchitano.

Al primo, per natura timido, insondabile e dotato di una brulicante vita interiore, è stato affidato un personaggio estroverso, per alcuni aspetti basico.
Al secondo, che nel Luca di Scialla! aveva riversato la sua positiva irrequietezza e una chiassosa solarità, è toccato invece in sorte un ragazzo chiuso in se stesso che alle parole pronunciate a vanvera preferisce i silenzi carichi di significato.
Inoltre, sempre per un curioso contrappasso, a Marinelli sono devolute leggerezza e comicità, mentre Scicchitano ha sulle spalle i momenti più drammatici o comunque di riflessione del film.

Ma... su cosa riflette Il mondo fino in fondo? Sulla difficoltà di un gay di fare outing in un contesto ermeticamente chiuso e immobile? Soltanto in parte.
Ci sembra infatti che l'omosessualità del diciottenne Davide, raccontata con pudore e autenticità, abbia piuttosto il valore di una sineddoche, di una parte per il tutto in cui il tutto è la libertà dell'individuo, l'impulsività, l'istinto puro che un'Italia diventata sempre più provinciale e sospettosa soffoca e annichilisce in nome di una rassicurante e algida omologazione.

A questa staticità conclamata Lunardelli oppone la freschezza della giovinezza e il dinamismo del viaggio, della fuga, consapevole del fascino che certi luoghi (nella fattispecie la Patagonia) possono esercitare perfino su chi li vede solo su uno schermo. Certo, l'approccio al road-movie è un po' ingenuo e nostalgico, e forse comodo, visto che nel flusso di immagini e suoni del lungo girovagare dei protagonisti si dimenticano le impasse di una parte iniziale a tratti farraginosa.
Anche il discorso ecologista, con gli echi della conferenza sul clima a Copenaghen, non viene adeguatamente approfondito, probabilmente perché è più importante ciò che accade non fuori, ma dentro i personaggi.
Lunardelli, insomma, è più a suo agio quando porta avanti il suo romanzo di formazione, quando, lasciati a casa i manifesti e gli slogan, mette nel suo zaino di regista vagabondo solamente Davide e Loris, concentrandosi sulla ricostruzione del loro rapporto.

E' bello il modo in cui i due fratelli Piovano trasformano un legame che si mantiene scevro da ogni scontato cameratismo e che forse si risolve solo come accettazione dell'altro da sé ma non come comprensione e condivisione.
C'è molta sincerità nella descrizione di questi due mondi che forse non si incontreranno mai, e cosa c'è di più bello della sincerità in un esordio cinematografico?
In fondo, è proprio quando si è agli inizi che si tende obbedire di più alle regole del mercato.







  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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