Il matrimonio di Lorna - recensione del film dei fratelli Dardenne

17 settembre 2008

Storie vere e immagini asciutte, il cinema dei Dardenne è efficace. I due fratelli sanno comunicare in modo semplice, non convenzionale e Il matrimonio di Lorna non è da meno. Il loro cinema arriva dove deve arrivare, a patto che si sappia come prenderlo

Il matrimonio di Lorna - recensione del film dei fratelli Dardenne

Il matrimonio di Lorna - la recensione

Il cinema di Jean-Pierre e Luc Dardenne prende spunto, per loro stessa ammissione, da quanto la vita di tutti i giorni propone di fronte ai loro occhi. Sui set è successo in più occasioni che i due fratelli belgi, forse perché in piena fase creativa, venissero rapiti da un’immagine o da uno scambio di battute casuale che li ispirasse per il film successivo. È accaduto sul set de Il figlio (2002) quando una ragazza con un passeggino, transitando a giorni alterni in prossimità della troupe, è diventata il pretesto per raccontare il padre assente de L’enfant, Palma d’Oro al Festival di Cannes nel 2005. Ed è stato sufficiente, durante le riprese di quest’ultimo, che un’educatrice raccontasse il guaio nel quale si era cacciato suo fratello tossicodipendente perché i Dardenne ne traessero Il matrimonio di Lorna.

Rosetta, altra Palma d’Oro al Festival di Cannes nel 1999, li ha promossi ad autori di rilievo del cinema europeo grazie ad una storia sul precariato nel mondo del lavoro. La questione degli immigrati e di tutti i drammi che derivano da chi cerca di rifarsi una vita altrove l’avevano già toccata con La promesse (uscito in Italia direttamente in DVD insieme a Rosetta), ma con Il matrimonio di Lorna si sono fermati nel sottobosco criminale dove si lucra sulle spalle dei disperati. Ambientato a Liegi, ma potrebbe essere una qualunque città della UE, il film spiega la messinscena dei matrimoni cosiddetti “bianchi”, quelli organizzati perché la sposa o lo sposo immigrato ottengano la cittadinanza. Lorna è albanese e deve diventare belga. Vuole l’occasione che il suo paese non potrebbe darle; aprire un bar insieme al suo ragazzo. Pagando, la mala locale allestisce la sceneggiata con testimoni di nozze, documenti e soprattutto con lo sposo belga, un tossico convinto ad accettare per qualche centinaia di euro. Arta Dobroshi è Lorna e su di lei la camera a spalla dei Dardenne si incolla per tutto il film fino alla conclusione sconcertante. Un azzardo che ha portato frutti, quello di puntare su un’attrice di origine kosovara con poca esperienza che ha dovuto imparare il francese in un mese e mezzo.

I registi, anche autori della sceneggiatura, trattano il materiale costruendolo come un thriller e per questo distanziandolo dai precedenti lavori. Stile asciutto, poche musiche, molti rumori, tutto appartiene al linguaggio minimalista che fa dei Dardenne il marchio di fabbrica. Eppure resta la scrittura il vero punto di forza, grazie alla quale dialoghi e situazioni sono padroneggiati con esperienza (Luc è laureato in filosofia, Jean-Pierre ha studiato arte drammatica) ed ancora una volta Cannes l’ha riconosciuto alla scorsa edizione con il premio alla migliore sceneggiatura.

È un cinema efficace quello dei due fratelli belgi, arriva dove deve arrivare - a patto che lo si voglia e lo si sappia prendere - perché sanno comunicare in modo semplice e non convenzionale. Quel pezzo di vita che ha offerto loro lo spunto è restituito sullo schermo attraverso la loro penna prima e i loro occhi poi, senza traghettare lo spettatore da una riva all’altra per tutto il tragitto ma chiedendogli di ogni tanto di dare un paio di colpi coi remi.



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