Il materiale emotivo - la recensione del film di Sergio Castellitto

04 ottobre 2021
2.5 di 5

Per il suo settimo e ultimo film da regista, Sergio Castellitto sceglie una storia mai realizzata da Ettore Scola e si fa accompagnare in questa avventura da Bérénice Bejo e Matilda De Angelis. La recensione di Daniela Catelli.

Il materiale emotivo - la recensione del film di Sergio Castellitto

È forse un po' troppo ottimista Sergio Castellitto quando dice che l'unico buon risultato della pandemia è che al cinema resteranno solo i prodotti di qualità. Noi non ne siamo tanto convinti: il pubblico sembra aver fame di grossi film, spettacolari blockbuster che facciano dimenticare i guai passati e presenti, anche se il successo di film come Qui rido io di Mario Martone, come molti penalizzato dalla capienza ridotta delle sale, potrebbe far pensare il contrario. Del resto però per certi prodotti considerati “di nicchia” o semplicemente d'autore, è sempre esistito ed è forse il primo a essere tornato al cinema dopo l'emergenza. Forse apprezzerà anche Il materiale emotivo, settimo e forse ultimo film da regista di un ottimo attore, che arriva in sala con molto ritardo per i soliti motivi rispetto alla realizzazione, da lui inteso come un regalo agli spettatori. Si tratta anche di un omaggio a uno dei suoi maestri, Ettore Scola, con cui ha collaborato da giovane recitando in La famiglia, in un film della miniserie Piazza Navona e ancora in Concorrenza sleale, visto che la sceneggiatura è tratta da uno scritto del regista, firmato con Furio Scarpelli e Silvia Scola, che non era mai arrivato al cinema ma era stato trasposto in una graphic novel illustrata da Ivo Milazzo e intitolata “Una nuvola a forma di drago”.

Dei film di Scola, Castellitto ricrea un po' l'ambientazione, ricostruendo un angolo di Parigi, così vero e così finto insieme (come nelle opere di un altro Maestro, Fellini) proprio nel leggendario teatro 5 di Cinecittà, una piazza dove, con una breve incursione esterna, si sviluppa l'esile racconto di tre diverse solitudini che convergono su un palcoscenico teatrale, il cui sipario si apre all'inizio e si chiude alla fine della rappresentazione. Un gioco tra cinema e teatro, due campi che spesso Castellitto ha incrociato nel corso della sua carriera e che gli permette rimandi ai film di Jacques Rivette o a quei testi di Cechov che parlano di vite non vissute pienamente, sempre in bilico tra dramma e grottesca ironia della vita. Non avendo letto il trattamento originale di Scola, ci fidiamo dell'autore, che ha affidato come sempre nelle sue regie alla moglie Margaret Mazzantini il lavoro sulla sceneggiatura. Nella sua versione, il librario antiquartio Pierre diventa italiano, Vincenzo, e Yolande (Bérénice Bejo) un'attrice un po' svitata, abituata a lavorare sull'improvvisazione, che si esibisce nel teatro proprio di fronte al negozio da cui quest'uomo un po' goffo e trascurato non esce mai e al cui piano superiore vive la figlia senza parole (Matilda De Angelis), in sedia a rotelle dopo un incidente, la cui natura ci verrà poi rivelata. Le loro giornate, sempre uguali, vengono scandite dai clienti occasionali, tra cui un professore cleptomane, dalle colazioni portate dal barista napoletano (Clementino), dal fisioterapista della ragazza e dalla donna delle pulizie. C'è una netta separazione tra il mondo di sotto e quello di sopra, tra le prime edizioni preziosi e una giovane vita vissuta come in un acquario, anche se padre e figlia condividono un isolamento volontario e totale.

Nel graphic novel nato dal testo di Scola è la voce interiore della ragazza a raccontare la storia del padre. Come “cura”, l'unica che conosce, Vincenzo le legge e rilegge dei libri, in ognuno dei quali è nascosto un messaggio, un consiglio di vita, gli stessi che lui stesso non segue. Solo l'irruzione dell'irrazionale e imprevedibile Yolande, che come un fantasma entra bagnata fradicia in una notte di pioggia nella libreria cercando il suo cagnolino, saprà risvegliare Vincenzo e Albertine, la figlia dal nome Proustiano, dal loro volontario e protetto esilio tra le parole. I libri curano, guariscono, fanno viaggiare, costruiscono ponti, arricchiscono anime, ma sono un piacere solitario che può diventare anche morboso, una tana in cui rifugiarsi perché il mondo là fuori fa paura, l'attualità uccide mentre i grandi testi letterari (Calvino, Yourcenar, Dostojevski, Flaubert e i molti altri citati nel film) sono un porto sicuro.

In sé la storia de Il materiale emotivo, che è quello con cui combattono i protagonisti del film, Yolande compresa, è molto semplice e per certi versi paradigmatica, ci dice che per vivere veramente dobbiamo accettare la sconfitta, la sofferenza e aprirci a quello che sta fuori di noi, che ci ha ferito e continuerà a farlo, probabilmente, perché la vita è questo. Nonostante il silenzio di Albertine, però, ad appesantire il film è un eccessivo intellettualismo: le troppe citazioni e rimandi del testo finiscono per diventare pleonastiche e si respira a pieni polmoni solo nel finale, col sorriso e il saluto della ragazza, le uniche parole che pronuncia, prima di lasciare il padre a ballare da solo. Su Castellitto, Bejo e De Angelis interpreti niente da eccepire, ma certo nessuno vedendo questo film penserebbe a Ettore Scola, che pur trattando temi che riguardano tutti noi, a volte anche impegnativi e dolorosi, è stato anche maestro di leggiadra ironia.



  • Saggista traduttrice e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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