Il Grande Spirito Recensione

Titolo originale: Il Grande Spirito

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Il Grande Spirito: recensione del film di Sergio Rubini con Rocco Papaleo

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Il Grande Spirito: recensione del film di Sergio Rubini con Rocco Papaleo

Si salgono scale ne Il Grande Spirito, ci si arrampica come ragni lungo i palazzi e dalla strada si arriva correndo fino al tetto, per asserragliarsi su una terrazza ingombra di catini, antenne e panni stesi dove i suoni della civiltà arrivano attutiti. Si sale per trovare un po’ di quiete guardando l'orizzonte e per distanziarsi, anche metaforicamente, dalla corruzione e dal ristagno del bassofondo. Si sale per salvarsi, da chi ci vuole uccidere o mettere in prigione e da noi stessi: dalla nostra avidità e meschinità, dal nostro opportunismo e dalla nostra condizione di emarginati e reietti.

Due reietti sono senza dubbio tanto il criminale di quarta categoria Tonino detto "Il Barboncino", uomo di mezza età arruffato, sguisciante, scattante e in possesso di un cospicuo malloppo sottratto ai suoi compari, quanto un folle che si fa chiamare Cervo Nero e crede di essere un sioux.  E’ intorno a questa coppia di looser che in qualche modo diventano amici che ruota il nuovo film di Sergio Rubini, che parte da un suo ricordo di bambino che quando giocava ai cowboy e agli indiani si fingeva indiano perché i pellerossa, con le loro tradizioni, gli piacevano di più, e poi non erano infidi come gli yankee.
Che poi gli yankee esistono anche oggi, e ne Il Grande Spirito sono i cattivi che vogliono rinchiudere Cervo Nero in un istituto psichiatrico o fregare Il Barboncino attirandolo nella tana del lupo. Ci riusciranno? Forse no, perché i "buddy delle altezze" ne sanno una più del diavolo e chissà che non riescano a fregare proprio tutti.

Ha qualcosa della commedia il film del regista pugliese, ma c'entra poco con Dobbiamo parlare, con i suoi protagonisti borghesi e i suoi dialoghi da cinema leggero francese, e con Mi rifaccio vivo, con il suo ritmo allegro, la sua incursione nel surreale e l'attore inteso non solo come voce, ma soprattutto come corpo dai movimenti funambolici che incanta e fa ridere. Qui, però, più che ridere - e se si ride, si ride per il dialetto parlato da Rubini - si sorride, poi non si sorride più, e ci si immalinconisce un po’, poi di nuovo ci si rasserena, fino a quando non si fa strada la trepidazione, e precisamente nel momento in cui la quotidianità dei due outsider lascia il posto all'action movie, ma non uno di quegli action movie USA dal montaggio isterico e in cui una musica roboante e accattivante accompagna le prodezze degli attori. No, ne Il Grande Spirito solo il rumore dei passi veloci o degli spari interrompe il silenzio, insieme al fiatone di chi, non essendo un ragazzino, si stanca a scappare.

Si muovono in maniera diversa Rubini e un Rocco Papaleo in stato di grazia in questo western meridionale che è anche una favola, e il secondo, che è la quintessenza dell'agilità e a volte somiglia un folletto, sembra quasi diventare ieratico in certe scene, perché a ben pensarci è lui l'uomo della saggezza, il matto che nella sua sregolatezza dice sempre la verità. E la verità, nella Taranto in cui la vicenda si svolge, è che, come è accaduto nel vecchio West con l'arrivo della ferrovia che ha rovinato l'ambiente, così anche nella città bagnata da due mari un mostro di ferro ha avvelenato e sta avvelenando la popolazione: l'Ilva. E allora bisogna fuggire perfino dai suoi cieli limpidi, magari andando in Canada.

Si passano benissimo la palla Rocco Papaleo e Sergio Rubini nel film, e Rubini, che è quasi sempre in scena, non tralascia la regia, e tiene a bada, con la sua macchina da presa, due quartieri e una moltitudine di condomini, e fruga il nascondiglio di Cervo Nero rivelando anfratti in cui nascondersi e nascondere oggetti: biglietti, collane, pistole. Ogni centimetro quadro del lavatoio che diventa per un po' la casa di Tonino ha una ragion d'essere, e ogni inquadratura ha una ragion d'essere, e ciò che sembra sconclusionato a un primo sguardo in realtà non lo è, perché è un riflesso del caos poetico che trabocca dall'indiano con la giacca della tuta. Rubini, insomma, è sempre molto attento nelle sue scelte, ma negli ultimi due film forse "il grande spirito" non lo aveva guidato alla perfezione. Qui invece il regista torna all'eccellenza de La Terra, L'uomo nero e di Tutto l'amore che c'è, e sembra ascoltare la sua anima più antica, che poi è quella della sua terra, dove il farabutto può diventare un coraggioso avventuriero e il minorato un eroe con l’arco e le frecce.

Il Grande Spirito è stato presentato in anteprima internazionale al Bari International Film Festival 2019.

Il Grande Spirito
Il Traielr Ufficiale del Film - HD
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Carola Proto
  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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